Amministratore Asilo Nido Peter Pan2 | Asilo Nido - Roma Montesacro https://www.asilonidopeterpan2.com Peter Pan Due Fri, 24 Jul 2026 12:40:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Le regole https://www.asilonidopeterpan2.com/le-regole/ Fri, 13 Mar 2026 09:19:41 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221069 Una delle difficoltà che i genitori incontrano nell’educazione dei figli, è quella di dare e di far rispettare le regole. Paolo Crepet ci dice che:” le regole ed i no sono come dei paracarri ai lati della strada, sono punti di riferimento, non debbono cambiare posizione, non possono decidere di esserci o non esserci.” Ma […]

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Una delle difficoltà che i genitori incontrano nell’educazione dei figli, è quella di dare e di far rispettare le regole.
Paolo Crepet ci dice che:” le regole ed i no sono come dei paracarri ai lati della strada, sono punti di riferimento, non debbono cambiare posizione, non possono decidere di esserci o non esserci.”
Ma come dare le regole affinchè i  nostri bambini le ascoltino e le seguano?
La  cosa più importante è che il bambino comprenda il valore della regola stessa. Cioè, il bambino non deve rispettare la regola esclusivamente per dare soddisfazione a mamma o papà, senza che questa si trasformi in consapevolezza o presa di coscienza.
Un errore che spesso i genitori e gli educatori commettono, è quello di dare un numero eccessivo di regole, impedendo così al bambino di poterle ricordare tutte, per cui egli le selezionerà e manterrà sono quelle che a suo giudizio gli sembreranno le migliori!
Un altro comportamento molto diffuso tra i genitori è l’incoerenza che si può distinguere in due tipi:

  • incoerenza tra genitori quando papà e mamma danno un’indicazione, ma la pensano in maniera diversa.
  • Incoerenza del singolo genitore che si verifica nel momento in cui non si mette in pratica ciò che si era detto di voler fare.

I bambini, inoltre, fanno confusione nel rispettare le regole quando queste vengono date in maniera “sommaria”, ossia non sono chiare, lasciando spazio a diversi tipi di interpretazione.
E’ importante che genitori ed educatori scelgano bene il momento in cui  dare la regola.
Se, infatti, il bambino è arrabbiato o se siamo con lui  in quel momento in una situazione di scontro, l’emozione che egli prova gli impedirà di comprendere ciò che gli si sta dicendo e pertanto non  soltanto non ascolterà, ma non sarà neanche in grado di sentire, comprendere ed accogliere quello che gli si sta dicendo. Solamente quando sia il bambino che l’adulto ritroveranno la calma, si potrà ribadire l’importanza di ciò che gli stiamo chiedendo di fare.
Se le regole vengono spiegate in modo sommario ed incoerente, oppure troppe nello stesso momento, queste saranno sicuramente rifiutate dal bambino, il quale le intenderà come ingiuste e perentorie.
Nel genitore, allora, questo potrebbe  generare il timore e, spesso il senso di colpa, che imponendo delle regole stiano “facendo del male” o ferendo il figlio pertanto, loro stessi avranno la percezione che la regola che impartiscono, sia un ulteriore impegno, che si va ad aggiungere ai già tanti stress, che può vivere il bambino sia in ambito scolastico che familiare e qui si inserisce, molto spesso, il disagio da parte dei genitori del poco tempo che riescono a condividere con i figli.
La paura di ferire il bambino, ma soprattutto, il temere un allontanamento affettivo da parte sua, porta così il genitore a sorvolare su tante situazioni, senza comprendere che colui che impartisce le regole, è invece, un genitore autorevole al quale il bambino si rivolge con fiducia, in quanto sente che di lui ci si può fidare.
Il relazionarsi, spesso, di molti genitori o educatori con i bambini, avviene attraverso il promettergli, sia un premio o un castigo, in cambio di un determinato comportamento.
Questa modalità di agire non è certamente assimilabile al dare una regola, è solamente una forma ricattatoria e manipolativa che porta spesso ad un senso di ansia e colpa da parte del bambino.
Inoltre, quando un genitore “ricatta” un figlio non solo perde di autorevolezza, ma soprattutto fa perdere  al bambino quella sicurezza di cui ha assoluto bisogno.
Ottenere un determinato comportamento attraverso la minaccia, che fa leva sulla paura del bambino o attraverso le punizioni che avrebbero lo scopo, secondo il genitore, di correggere un comportamento, in realtà viene vissuto dal piccolo, come un gesto aggressivo ed impulsivo che porterà ad una reazione da parte sua, di aggressività quando  successivamente  verrà , per qualsiasi motivo, punito.
Allora, ci si chiede: perché dare le regole quando è così facile sbagliare e difficile seguirle ?
Semplicemente perché l’essere umano ha bisogno di modelli da seguire e le regole sono lo strumento per trasmettere ai bambini qualsiasi insegnamento, da quello  comportamentale ai valori morali come l’amicizia, l’onestà ed il rispetto dell’altro.
Le regole, pertanto, sono come dei sicuri binari che permettono ai genitori di guidare ed ai figli di essere guidati, affinché possano crescere come persone capaci di creare relazioni positive.
La  vera, grande sfida per i genitori, è quella di essere capaci di rassicurare i propri figli , ma nello stesso tempo di non essere autoritari!
La regola, deve nascere dall’autorevolezza, mentre  chi la impartisce in modo autoritario probabilmente fa rispettare le regole, ma, solamente utilizzando le minacce, così da creare nel bambino  solamente ansia e paura, e non potrebbe essere altrimenti.
Ricordiamo sempre che un bambino, può subire violenza, non solo fisicamente, ma anche verbalmente e rivolgersi a lui urlando, usando un tono di voce rabbioso, dando punizioni, andando verso di lui in modo minaccioso, dicendogli: sei sempre il solito… non può che scatenare in lui un senso di soggezione e frustrazione.
Se questi comportamenti fossero giusti ,infatti, basterebbe usarli una sola volta ed il bambino rispetterebbe la regola per sempre, invece, sono modalità assolutamente inutili, perché dopo poco il bambino ripeterà nuovamente lo stesso comportamento.
E’ importante, invece, che genitori ed educatori sappiano trasmettere le regole in modo corretto affinché diventino per il bambino una “struttura” capace di rassicurarlo, contenerlo ed orientarlo.
La prima funzione delle regole è, infatti, proprio quella di fare da guida ad un bambino, il quale senza di esse non sarebbe in grado di decidere autonomamente, e  correrebbe il rischio di mettere in atto comportamenti pericolosi per sé e per gli altri.
Le regole, inoltre, hanno la funzione di trasmettere i valori della famiglia che proprio grazie ad esse si possono trasformare in comportamenti concreti.
Spesso si tende a pensare che le regole non vadano date fino a quando i bambini sono molti piccoli, ma non è così, proprio perché sono dei paletti, vanno forniti fin da piccoli, per poi però, toglierli gradualmente quando i bambini le hanno fatte proprie e le rispettano autonomamente.
Quindi, non c’è un’età giusta per iniziare ad indicare i giusti comportamenti, proprio per la loro funzione che è quella di: rassicurare, contenere e orientare, tutte cose fondamentali in qualsiasi età.
Ma nel trasmettere le regole, si deve sempre  ricordare che dovranno essere  semplici da comprendere e precedentemente condivise da entrambi i genitori, solo successivamente saranno  poi condivise con lui.
I figli crescendo saranno  inclini a giudicare i genitori, proprio sulla loro coerenza,pertanto prima di dare delle regole ai bambini sarebbe importante ricordare di:

  • identificare i valori della famiglia
  • essere i primi a rispettare le regole
  • essere congruenti nel modo di comunicarle
  • individuare ciò che si vuole e ciò che non si vuole
  • comunicare con fermezza tramite il tono di voce
  • indicare le conseguenze di una azione
  • ricordare di dare fiducia ai bambini
  • creare un rapporto di fiducia con loro
  • rispettare i loro sentimenti.

Si tende a considerare “capricci” quello che in realtà è una richiesta   non esplicita, ma quella implicita nel capriccio stesso.
Infatti, da una parte il capriccio ha la funzione di far ottenere al bambino ciò che chiede, dall’altra parte ci invia un messaggio sulla relazione che ha con il genitore.
I bambini scatenano un capriccio,spesso, solamente per avere la certezza di essere amato dal genitore, ed il mettere dei confini alle sue richieste è rispondere, anche se protesta, ad un suo bisogno di sicurezza.
I confini che le regole impongono hanno infatti due scopi:

  • di limitare e 2)di proteggere

Introdurre regole nella vita quotidiana dei bambini, porta, infatti, effetti positivi sia nell’immediato che nel futuro.
Nell’immediato, raggiungono lo scopo di 1) aumentare la fiducia in se stesso, infatti sapere quali comportamenti sono accettati rafforza la propria sicurezza , 2) favoriscono l’autoregolazione imparando a gestire le proprie emozioni ed impulsi,3) riducono i conflitti perché diminuiscono i motivi di scontro.
A lungo termine, imparare a rispettare i limiti può insegnare al bambino la tolleranza alle frustrazioni, così come  lo può preparare ad inserirsi in contesti sempre più ampi con i propri pari, ed inoltre, interiorizzare le regole, diventa per il bambino uno strumento da utilizzare in assenza dell’adulto.
Ricordiamo, allora, che i motivi per cui il bambino non osserva le regole, può dipendere dal fatto che era distratto nel momento in cui gliela indichiamo, oppure abbiamo usato termini poco comprensibili e soprattutto ricordiamo che il bambino ci vuole mettere alla prova e comprendere fino a dove può spingersi.
Di conseguenza, se non rispetta la regola, perché non ha ascoltato assicuriamoci che nel momento in cui la diamo non sia  distratto da altro;  se invece non riesce a seguire la nostra regola perché per lui è una richiesta troppo difficile, cerchiamo di riformularla in modo che sia più semplice, così da evitare che sbagli, ed infine se non rispetta la regola perché vuole testare il nostro limite, manteniamo un comportamento fermo e calmo, soprattutto non modifichiamo la richiesta.
Soprattutto ricordiamoci ciò che diceva Ovidio: “Aspiriamo   sempre a ciò che è proibito e desideriamo le cose che sono negate”
Per cui: tanta pazienza e coerenza!

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Sono arrivati i “terribili 2 anni” https://www.asilonidopeterpan2.com/sono-arrivati-i-terribili-2-anni/ Thu, 17 Jul 2025 08:14:41 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221062 Crescendo, i bambini acquisiscono diverse capacità, alcune delle quali dipendono, come per il controllo sfinterico, soprattutto dalla maturazione del sistema nervoso, altre come la capacità di mantenere un comportamento adeguato deriva dall’interazione tra lo sviluppo fisico e cognitivo, dal carattere e dal rapporto con i genitori, gli insegnanti e le persone che si prendono cura […]

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Crescendo, i bambini acquisiscono diverse capacità, alcune delle quali dipendono, come per il controllo sfinterico, soprattutto dalla maturazione del sistema nervoso, altre come la capacità di mantenere un comportamento adeguato deriva dall’interazione tra lo sviluppo fisico e cognitivo, dal carattere e dal rapporto con i genitori, gli insegnanti e le persone che si prendono cura di loro.
Alcuni disturbi comportamentali dei bambini, che noi adulti rileviamo, possono derivare da aspettative non realistiche che genitori o educatori hanno nei confronti dei bambini, per es. mettere a posto i giochi intorno ai 24 mesi, è una cosa che realmente non riescono a comprendere fino ai 4/5 anni, oppure noi adulti, interpretiamo male alcuni comportamenti correlati alla specifica fase di sviluppo come ad es. il rifiuto di un bambino di 2 anni di rispettare le regole.
Si apre così un circolo vizioso: un comportamento negativo del bambino scatena una reazione negativa del genitore, il quale aumenta il comportamento negativo del bambino che alimenta una ulteriore risposta negativa del genitore.
Normalmente tale circolo vizioso si innesta quando un bambino si mostra aggressivo o ostinato e le persone che in quel momento si stanno occupando di lui reagiscono rimproverandolo e sgridandolo.
Affinché sia possibile interrompere questo circolo vizioso, gli adulti dovrebbero imparare ad ignorare il comportamento errato quando questo non ha un impatto negativo sugli altri, e se non può essere ignorato si può tentare una procedura di distrazione.
I comportamenti appropriati ,invece, si verificano quando nei confronti dei bambini si hanno aspettative chiare, strutturate, appropriate all’età che possano essere da loro comprese, ricordando sempre che premiare i comportamenti positivi è molto più efficace e soddisfacente per il bambino e l adulto piuttosto che punire le condotte inappropriate.
Quando il bambino arriva alla “famosa terribile “età dei 2 anni, ovvero al periodo dei “NO”, su qualsiasi cosa gli si proponga anche se in realtà poi la gradiscono, i genitori si trovano spesso impreparati e preoccupati di fronte alla testardaggine, alle crisi ”isteriche”, ai pianti inconsolabili dei piccoli ed entrano a loro volta in crisi.
Il periodo dei NO ,invece, è fondamentale ed estremamente positivo, perché, se i genitori ( e spesso anche gli educatori)lo comprendono e lo accettano, danno ai bambini il via alla loro indipendenza.
Ciò che i bambini di questa età stanno cercando di farci capire è che faticosamente provano a ricercare una loro indipendenza, perché hanno compreso che sono delle persone separate e diverse dalla mamma. La ricerca di una propria autonomia, il poter fare da soli, si scontra spesso con la reale capacità però di saper fare e questo scatena nel bambino delle piccole frustrazioni ed arrabbiature, così come si innervosiscono quando non vengono compresi i loro bisogni perché ancora non sono capaci di esprimerli con parole giuste.
Il bambino di 2 anni ha una fortissima volontà di fare da solo, perché questo è il vero modo che ha per imparare, ma non possiede ancora la capacità di prevedere la ripercussione che ha il suo agire sugli altri e crede che il mondo giri intorno ai suoi bisogni, manifestando così quel forte egocentrismo tipico dei bambini capricciosi dei 2 e 3 anni.
E’ in questo momento che il ruolo dell’asilo porta una grande differenza nel processo di socializzazione, educando alla condivisione ed alla comunione.
Il bambino di 2 anni passa da una frustrazione di prestazione per un compito che non è riuscito ad eseguire, ad una frustrazione da adeguamento alle regole e,tutto ciò fa scaturire attacchi di rabbia e capricci che caratterizzano questa fascia di età.
Nel primo caso il capriccio si attenua aiutando il piccolo ad aumentare gradualmente le sue autonomie, nel secondo caso si previene stabilendo precise e semplici regole.
Quindi gestire questa fase dello sviluppo dei nostri bambini non è difficile e complicata soltanto per genitori ed educatori ma anche e soprattutto per i nostri bambini
Ricordiamoci degli insegnamenti di Maria Montessori, la quale diceva che noi adulti chiamiamo capricci ciò che invece sono dei bisogni insoddisfatti dei bambini.
Pertanto, invece di soffermarci sul pianto, sulle crisi di rabbia, le urla…,noi genitori ed educatori dovremmo chiederci e concentrarci sulle cause che hanno scatenato tali comportamenti.
Se riuscissimo ad individuare il bisogno insoddisfatto del bambino, avremmo la risoluzione di qualunque capriccio.
Il primo elemento per superare una crisi di ira dei bambini è quello non semplice di mantenere noi adulti la calma e la serenità, così come non è affatto semplice individuare la causa scatenante di un pianto inconsolabile.
Un errore che facciamo spesso di fronte ad un bambino che si comporta ”istericamente” è quello di colpevolizzarci e farci travolgere dall’ansia di spegnere immediatamente quelle urla e lacrime, così facendo però le urla ed il capriccio diverranno una modalità di comunicazione del bambino attraverso la quale ottiene ciò che desidera.
Un’altra modalità adottata da noi adulti dinnanzi ad un capriccio dei bambini è la punizione.
Ricordiamoci che la punizione qualunque essa sia: dal negargli di vedere un cartone animato, dal negargli un dolce…è sempre un atto privativo che si compie a danno del bambino sfruttando la nostra posizione dominante.
La punizione può forse avere effetto a breve termine, ma non servirà a lungo termine perché non avrà lasciato un’impronta motivazionale nel bambino. Le punizioni, infatti, non sono le regole!!
La regola, è quella che se serve, ma ha valore ed ha un’impronta motivante se compresa, e modifica il comportamento.
Le regole devono essere però sempre poche, chiare, comprensibili e soprattutto compatibili alla fase di sviluppo del bambino, inoltre devono essere prestabilite, condivise e messe in pratica da tutti. Non si può punire la violazione di una regola se questa prima non era stata spiegata e condivisa!!
Se esistono le regole, con i requisiti che abbiamo detto, queste vanno rispettate pertanto non è ammessa nessuna violazione, non solo dai bambini ma anche dagli adulti, ricordiamo anche che è ancora troppo presto tentare di scendere a compromessi con bambini di 2 anni!!
Per prevenire i capricci, inoltre, è importante anche rispettare la routine familiare che pone così come fanno le regole, i limiti e i modi del vivere famigliare dando al bambino regolarità.
Ciò che non dobbiamo pensare è che quando un bambino combina dei guai, oppure fa i capricci lo faccia per farci un dispetto, in realtà lui sta solamente cercando di imparare ad essere se stesso.
Le regole ed i divieti ,inoltre, devono essere pochi altrimenti li confondiamo, se tutto ciò che fanno è seguito sempre da un No, per lui nessuno di quei no sarà importante, allora alcune volte per evitare un NO possiamo dargli una alternativa es.” vuoi i biscotti o la pizza?” Questo perché non è detto che abbia proprio voglia di mangiare ciò che andrebbe a noi, ma 2 alternative bastano!!
Sicuramente non possono esserci alternative su regole salva vita! In questo caso il NO deve essere: fermo, deciso, asciutto: Un No che non può essere cambiato, e noi non dobbiamo mai cedere, per nessun motivo.
Se esistono le regole, vanno rispettate e non è ammesso nessun comportamento in violazione delle regole della casa, pertanto non cediamo lasciandoci prendere dalla compassione ed a due anni è come ho già detto troppo presto per scendere a compromessi.
Invece,di adottare il sistema dei premi e delle punizioni, nel quale non credo e non mi è mai piaciuto , penso che sia meglio dire un “bravo”! con entusiasmo ed enfasi per far comprendere ad un bambino che quel comportamento è giusto.
Ricordiamo sempre noi genitori o educatori che un atteggiamento di rigidità serve solamente a far irrigidire il bambino, così come perdere la calma e strillare serve solamente ad insegnare ai piccoli a fare scene “isteriche”, se non le vogliamo vedere nei bambini, dobbiamo essere i primi a non farle!
In uguale maniera non credo che le botte risolvano il problema. Innanzi tutto perché sono dell’idea che i bambini non si debbano picchiare, anche perché le botte sono una scorciatoia momentanea che esercitano all’obbedienza per paura, ma gli educatori devono mirare all’obbedienza perché piano piano e con pazienza abbiamo insegnato al bambino a distinguere tra il bene ed il male.
Non è facile far comprendere ad un bambino che un suo atteggiamento ha un impatto sugli altri pertanto il modo di comunicare con loro deve mirare a far sentire il bambino sempre amato ,ma che quel suo atteggiamento che non ci piace. Ad es. possiamo dirgli: “ora sei arrabbiato e non riusciamo a parlare, ti lascio un momento e poi quando sarai calmo insieme troveremo una soluzione” oppure “ ti voglio bene ma questo atteggiamento non mi piace, io non riesco a capirti quando sei così arrabbiato”
Invece di dire ad un bambino “sei cattivo,” diciamogli “ hai sbagliato atteggiamento ,ma ti voglio bene.”
Se al bimbo diciamo sempre che è cattivo, che combina guai, che è pestifero alla fine lui lo diventerà veramente perché glielo abbiamo suggerito noi stessi e loro credono a ciò che gli diciamo!!
Insegniamo, invece, ai nostri bambini che se si comportano male bisogna chiedere scusa perché le persone vanno rispettate e se non sanno chiedere scusa con le parole, lo facciano con un bacio o un abbraccio.
Ma ricordiamoci che non possiamo pretendere il loro rispetto se noi per primi non rispettiamo loro!
Altro errore che noi adulti commettiamo è quello di sostituirci a loro dicendo ad esempio: “ faccio io altrimenti fai un pasticcio” oppure “faccio io perché tu non ci riesci”…o frasi di questo tipo che servono solamente a far percepire al bambino la sua incapacità ed inettitudine e tale atteggiamento denigrativo può essere la causa scatenante di capricci.
Maria Montessori, ancora, ci parlava di pregiudizio adultista, cioè guardare il mondo attraverso gli occhi di noi adulti, per cui reputiamo ad es. che sovraccaricare i bambini di cose da fare procurerà stanchezza al punto tale da non avere forze per fare capricci e la sera crollerà in un sonno rigeneratore. In realtà la stanchezza nei bambini non ha lo stesso effetto che procura a noi adulti, anzi spesso procura difficoltà nell’addormentamento .
Allora quale può essere un comportamento positivo nei confronti del capriccio di un bambino?
-parlargli mettendoci alla sua altezza e guardandolo negli occhi in tal modo il bambino ha la certezza della vostra attenzione
-non avere la pretesa che si possa risolvere tutto e subito
-tenere sempre presente che i bambini devono avere spiegazioni chiare
-un abbraccio è molto più rassicurante di mille parole, pertanto è più consolatorio di altre strategie per attenuare la rabbia
-ricordate al bambino che è bravo e che è capace di fare molte cose
-solamente quando è calmo ribadite le regole che dovrebbero evitare gli scoppi di rabbia.
Le regole infatti aiutano ad evitare alla radice i capricci ma richiedono tempo e soprattutto pazienza

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Papà e mamma si separano https://www.asilonidopeterpan2.com/papa-e-mamma-si-separano/ Thu, 17 Jul 2025 07:52:20 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221058 Uno degli eventi più stressanti della vita sia di una coppia, che di un bambino è la separazione. Lo stress , l’ansia, l’angoscia, che ne scaturisce è paragonabile al lutto, ma mentre per la perdita di una persona amata, c’è solo il grande vuoto che questa ci lascia, nel caso della rottura di una famiglia […]

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Uno degli eventi più stressanti della vita sia di una coppia, che di un bambino è la separazione. Lo stress , l’ansia, l’angoscia, che ne scaturisce è paragonabile al lutto, ma mentre per la perdita di una persona amata, c’è solo il grande vuoto che questa ci lascia, nel caso della rottura di una famiglia ci sono anche sentimenti di inadeguatezza, di risentimento e di colpa e sono necessari mesi se non anni affinché si riesca ad accettare la nuova situazione. Se è pur vero che oggi le separazioni creano dal punto di vista sociale meno “ scandalo” e che si parla sempre di più di famiglie allargate, questo non vuol dire che i figli di separati oggi subiscano danni minori di quelli di ieri, di questo avvenimento ne porteranno il segno e ne saranno condizionati per tutta la loro vita.
Come poterli aiutare o cercare di prevenire danni indelebili?
Innanzi tutto è di fondamentale importanza la chiarezza e la sincerità da parte di ambo i genitori nel spiegare ai bambini ciò che sta avvenendo. I bambini hanno non solo necessità ma è un loro preciso diritto di sapere dove andranno a vivere, quando e come vedranno il genitore non affidatario. In un momento così difficile e destabilizzante hanno assoluta necessità di essere rassicurati sul fatto che entrambi i genitori continueranno ad amarli come prima della separazione. Per i bambini la coppia genitoriale deve rimanere identica a prima, perché sono gli adulti che hanno deciso di porre fine alla loro relazione e loro sono, purtroppo, coloro che più di ogni altro ne pagano le conseguenze, non esiste infatti, bambino che non voglia vedere i propri genitori vivere insieme e spesso pur essendo le vere vittime di questa altrui decisione si sentono responsabili e si colpevolizzano. Per questo la prima cosa da spiegare con molta chiarezza ad un bambino è che papà e mamma si separano perché non vanno più d’accordo e che in questa decisione loro non hanno nessuna responsabilità.
Un comportamento dei genitori responsabile e di collaborazione, può aiutare nel tempo a diminuire lo stress del bambino, soprattutto quando le visite ed i giorni in cui egli vive con il genitore non affidatario si saranno stabilizzate.
Il momento sicuramente più difficile per i figli è quello immediato alla separazione, perché gli stessi genitori spesso sono troppo presi dalle proprie emozioni e purtroppo, dal proprio risentimento verso l’altro coniuge, per poter essere di sostegno a loro.
Sicuramente, più il conflitto tra loro genitori è forte, più tendono a non interessarsi del disagio e delle necessità del figlio, nonostante i buoni propositi di mantenere una relazione genitoriale non conflittuale. Molto spesso, anzi il bambino viene coinvolto come testimone di questo conflitto tra papà e mamma e dalla tensione che si vive in casa, erroneamente ritenendo che soprattutto se piccolo, non capisca. Ma non è assolutamente così, egli percepisce perfettamente la tensione che esiste in famiglia, quando addirittura non si trova inconsapevolmente costretto ad assistere ad atti di violenza o a forti litigi, quello che invece non riesce a fare, è capire il reale e corretto significato di quanto stia accadendo.
L’unione di mamma e papà è la spinta che serve al bambino per organizzare la propria personalità e nel momento che questa unione va in frantumi il piccolo sperimenta un profondo conflitto interno che secondo le varie personalità, esperienze vissute e fasce di età gli può impedire un corretto adattamento alla realtà.
Egli potrà esprimere il proprio stress con rabbia verso uno o ambedue i genitori o verso gli amici o compagni di scuola, oppure metterà in atto un rifiuto di quanto sta succedendo tendendo ad isolarsi o a far finta che non stia succedendo nulla. Può cercare di far riunire i genitori e questo avviene soprattutto quando si colpevolizza della frattura fra i due ed in questo caso è assolutamente necessario rassicurare il bambino che il suo comportamento non ha scaturito questa decisione dei genitori; oppure il bambino può entrare in una fase di depressione e piangere con estrema facilità.
Il bambino che subisce la separazione dei genitori prova molto spesso in successione tutti questi sentimenti ed è molto importante dargli la possibilità di esprimere la propria paura e sofferenza, infatti comunicare le proprie emozioni è per lui molto utile ed importante, ma deve trovare comprensione e reale accoglienza, egli infatti ha necessità, in questo difficile momento, di tutto l’ amore dei genitori e non di dover continuare a vivere i loro conflitti.
Normalmente un bambino fino ai tre/quattro anni non riesce ad elaborare e ad esprimere con le parole le proprie emozioni, egli subisce solamente le conseguenze della frattura della coppia, ed il suo bisogno di attenzione e di amore si potrà manifestare anche con il desiderio di non allontanarsi dall’uno o dall’altro genitore, di fare capricci per cose di poco conto, di voler dormire nel letto con papà o mamma, di parlare come un bambino più piccolo della propria età o che voglia essere preso in braccio ed avere maggiori coccole, tutti questi atteggiamenti sono manifestazioni di preoccupazioni ed ansia, per questo si deve cercare di accontentare per quanto possibile queste sue necessità che dovrebbero sparire quando si sentirà più rassicurato, ma questo non deve significare che in casa non valgano più le regole, i ritmi e le abitudini che vi erano prima della separazione.
Per i genitori giunti alla separazione, non serve più continuare ad addossare colpe, ad alimentare rancori, a continuare a guardare indietro, ormai è giunto il momento di guardare invece al futuro e tentare di analizzare tutte le possibilità che si possano mettere in atto, come ad esempio sedute di consulenza per le coppie, affinché si possa fare un’efficacia azione di prevenzione del disagio del bambino e dell’adolescente nella speranza che si possa non verificare quello che purtroppo avviene molto spesso: figli di separati tendono a loro volta di ripetere nelle loro future relazioni affettive, i conflitti e la separazione vissuta dai genitori. Questo spesso nel tentativo inconscio di rivivere una situazione traumatica nel vano tentativo di poterla così controllare e superare, innescando in tal modo una spirale senza fine.

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Perché mio figlio dice le bugie? https://www.asilonidopeterpan2.com/perche-mio-figlio-dice-le-bugie/ Thu, 17 Jul 2025 07:47:54 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221055 Il periodo delle bugie dei bambini si può definire quasi fisiologico, ma, attenzione è ben diverso se l’abitudine a dire le bugie diventa tale da estraniare il bambino dalla realtà per farlo vivere in un suo mondo irreale. I bambini, possono servirsi delle bugie, sia per ottenere immediati vantaggi, sia e soprattutto perché non vogliono […]

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Il periodo delle bugie dei bambini si può definire quasi fisiologico, ma, attenzione è ben diverso se l’abitudine a dire le bugie diventa tale da estraniare il bambino dalla realtà per farlo vivere in un suo mondo irreale.
I bambini, possono servirsi delle bugie, sia per ottenere immediati vantaggi, sia e soprattutto perché non vogliono perdere l’affetto delle persone care, dando loro una delusione. Altre volte, invece, possono esserci delle bugie che hanno lo scopo di nascondere emozioni e sentimenti.
Secondo le varie fasi di sviluppo del bambino, le bugie assumono connotazioni diverse.
A 2/3 anni le bugie normalmente servono per negare di aver fatto qualcosa, ritenuta normalmente sbagliata dall’adulto.
A 3/5 anni che è l’età dei racconti fantastici, dell’amico immaginario, delle fate…non si può parlare di vere bugie, ma di forza dell’immaginazione. che spesso mescola fantasia a realtà.
Verso i 6 anni, la questione “bugie dei bambini” diventa invece un argomento più importante che in primo luogo riguarda gli adulti, i quali molto spesso sono i primi a dire bugie e soprattutto ai propri figli, sia per leggerezza, sia pensando di proteggerli da realtà penose, sia per togliersi loro stessi dall’imbarazzo di rispondere alle loro domande, oppure le usano allo scopo di far fare o non fare qualcosa al bambino.
Tutti i bambini hanno, invece, un grande bisogno di verità perché è su di essa che si fonda la fiducia verso i genitori e verso il prossimo.
Dire la verità ai figli, non significa metterli al corrente di ogni aspetto della propria vita, ma rispondere con lealtà alle loro domande, offrendo loro risposte adeguate alla loro fase di sviluppo. Spesso i genitori, in maniera inopportuna, raccontano ai figli delle proprie problematiche, facendo passare per sincerità il proprio bisogno di sostegno emotivo, in tal modo caricano di un peso troppo esagerato il bambino, il quale, invece di essere lui ad avere il sostegno affettivo dei genitori, si viene a trovare nella situazione opposta.
SI, alla riservatezza su alcuni aspetti della propria vita di adulti, ma NO alle bugie!!
Inoltre molto più spesso di quanto si ritenga le bugie degli adulti vengono scoperte dai bambini con conseguente perdita di fiducia nei confronti “dei grandi” e il problema diventa maggiormente grave, se tale perdita di fiducia avviene nei confronti dei genitori, che invece devono sempre rappresentare un punto saldo di riferimento e di coerenza per i figli.
Se non possono fidarsi di ciò che papà o mamma dicono, di chi allora potersi fidare?
Inoltre, certamente, non è educativo insegnare ai propri figli a dire le bugie, invece spesso è proprio questo che alcuni genitori fanno con il loro esempio, o addirittura, non sono proprio loro a suggerire al bambino di dire una bugia per il proprio tornaconto.
Perché i bambini dicono bugie? Perché nessun bambino ne è esente?
Le bugie dei bambini avvengono soprattutto per evitare che l’altro che lui ama possa perdere la stima in lui, e tanto più racconterà bugie quanto più vuole essere certo e garantirsi affetto ed amore dalle persone che lo circondano.

Quindi, normalmente le bugie dei bambini nascono dallo scontro tra le aspettative che l’adulto ha verso il bambino e la sua reale capacità ad affrontare quella situazione, che almeno in quel momento , lui percepisce troppo onerosa per le proprie capacità. In tale caso le bugie, si inseriscono all’interno di una difficoltà da parte del bambino di sentirsi adeguato alle aspettative degli altri.
Le bugie dette da un bambino, inoltre non sempre e non solo sono dette per voler raggiungere un proprio vantaggio o per evitare punizioni, quanto invece per “proteggere” l’altro, amico o adulto che sia, la sua bugia allora avrà lo scopo di evitare all’altro la conoscenza di una realtà che gli procurerebbe dolore.
Altro aspetto quasi mai considerato è quello che l’utilizzo della bugia alcune volte viene adottata dal bambino, per avere conferma di una sua identità personale separata dai genitori. Il bambino, infatti, considera i propri genitori come un Dio, che sa, vede, conosce tutto di lui, ma la bugia gli permette di constatare che il suo pensiero, non può essere “ letto” dal genitore e questo rafforza appunto la sua identità personale separata e distinta da quella dei genitori.
Le bugie dei bambini, quindi, nascono dalla sfiducia in se stessi, dalla incapacità di affrontare alcune verità spesso dolorose, dalla sfiducia verso l’interlocutore e verso la relazione, o per evitare un dolore proprio alla persona che ama.
Per l’adulto che vive accanto ad un “bambino bugiardo” è giusto e doveroso non solo essere un modello di lealtà e di sincerità, ma anche di cercare di comprendere il perché il piccolo sta utilizzando le bugie, cercando di far vivere al bambino una realtà più idonea alle sue reali capacità, senza caricarli di situazioni che non possono comprendere.
Compito dei genitori è quello soprattutto di ascoltare i propri figli, per comprenderne i bisogni e i sogni. Devono mostrarsi accoglienti, non giudicanti con un atteggiamento calmo, mai aggressivo o colpevolizzante che lo farebbe sentire sotto accusa con il rischio di fargli chiudere la comunicazione con voi. Deve invece avvenire esattamente il contrario, bisogna facilitare il dialogo attraverso un confronto leale con i figli fin da quando sono piccoli per trasmettere loro l’importanza della sincerità e della fiducia verso il prossimo.
I genitori sono il “tutto” per i bambini e questi devono sempre avere la certezza che possano realmente fidarsi di voi. Sicuramente questo riveste particolare importanza quando si comprende che la bugia scaturisce da un senso di inadeguatezza o di frustrazione del bambino di fronte alle aspettative dell’adulto.

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Insonnia nei bambini https://www.asilonidopeterpan2.com/insonnia-nei-bambini/ Thu, 17 Jul 2025 07:37:19 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221052 I “disturbi del sonno” nella prima infanzia, pur essendo  estremamente comuni, preoccupano e creano disagi nei  neo genitori, tanto che una delle domande che più spesso i pediatri si sentono fare è proprio perché il proprio figlio/a non dorma in modo continuativo. Il sonno dei bambini  è la spina nel fianco del neo papà e […]

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I “disturbi del sonno” nella prima infanzia, pur essendo  estremamente comuni, preoccupano e creano disagi nei  neo genitori, tanto che una delle domande che più spesso i pediatri si sentono fare è proprio perché il proprio figlio/a non dorma in modo continuativo.
Il sonno dei bambini  è la spina nel fianco del neo papà e della neo mamma anche se è assolutamente normale che i bambini piccoli non dormano in modo continuativo, inizieranno a farlo  solamente tra i 3 ed i 5 anni.
Chiaramente può accadere che ci siano bambini che dormano tutta la notte anche ad 1 anno ,ma è del tutto fisiologico che si sveglino più volte durante la notte.
La buona notizia è che nella maggioranza dei casi con il tempo il problema si risolve per la felicità e la serenità dei genitori !!!
All’origine della maggior parte delle insonnie notturne dei bambini non  c’è un disturbo secondario derivante da: malattie croniche, apnea, adenoidi, dolore, ipertrofia delle tonsille… ma nella maggioranza dei casi  nasce da un circolo vizioso di comportamenti inadeguati che si instaurano nei primi nove mesi di vita  del bambino e che poi permangono.
Quelli che spesso vengono definiti “disturbi del sonno” durante il 1 anno di vita, in realtà sono solo fasi della crescita cioè passaggi fisiologici.
Così è possibile che verso i 6 mesi il neonato che aveva diminuito il numero di risvegli notturni, arrivando anche a dormire 6 ore continuative, improvvisamente manifesti una regressione, spesso causata dal rientro della mamma al lavoro e quindi ad un cambiamento di routine.
Intorno ai 2 anni, invece, può comparire l’insonnia da difficoltà di addormentamento dovuta in generale  da mancanza di ferme regole da rispettare nel momento di andare a dormire. In tali casi l’ora di andare a dormire può slittare anche di parecchio e portare  il bambino ad un numero inferiore di ore necessarie di sonno, tale da riflettersi negativamente anche sul temperamento e sul comportamento del bambino sia a scuola che a casa.
A quest’età può anche comparire il fenomeno del “pavor nocturnus”, infatti, durante la prima metà della notte, il piccolo può svegliarsi urlando come in preda allo spavento,  sembra sveglio, ma in realtà il suo cervello dorme ancora, tanto che il genitore ha difficoltà  ad entrarci in contatto ed inoltre il bambino non ha ricordo dell’accaduto al risveglio.
La difficoltà nell’addormentamento, può invece dipendere da diverse cause tra cui: difficoltà ad addormentarsi senza la presenza del genitore, riposi pomeridiani troppo lunghi, alimentazione non adeguata, stress emotivo per diverse cause…
I bambini , inoltre, sperimentando la paura del buio e degli incubi, anche quando prendono sonno, si svegliano spesso in preda all’agitazione, richiamando con pianti l’attenzione dei genitori.
Se il fattore scatenante è di origine emotiva è bene cercare di comprendere se il bambino è turbato da un’emozione che non riesce a gestire per qualsiasi ragione, tale situazione stressante  può nascere in casa ma anche a scuola o nel contesto sociale.
La causa principale che scatena nei bambini la difficoltà ad addormentarsi è l’insicurezza.
La percezione o il timore di un pericolo bloccano il sonno, infatti per addormentarci, anche noi adulti, abbiamo bisogno di sentirci al sicuro e per il bambino il posto più sicuro è vicino ai genitori.
Anche questa fase è transitoria infatti sono molto pochi i bambini che a 5 anni dormono  ancora nel letto dei genitori.
Molti studi dimostrano, infatti, che c’è una spontanea e naturale evoluzione delle abitudini del sonno nei bambini verso una progressiva autonomia.
Entro i 3 anni essere separati dai genitori genera una forte sensazione di ansia, chiamata proprio “ansia da separazione” per cui il bambino non solo non dorme ma piange e si innervosisce, proprio perché come avviene per gli adulti, la carenza di sonno può causare dei disturbi, Il primo dei quali è il cambiamento di umore, ma anche eccessiva emotività, irrequietezza, mancanza di concentrazione, nervosismo.
Sono state proposte diverse teorie per consolidare il sonno del bambino ma il comportamento più giusto rimane sempre quello di creare fino dai primissimi giorni di vita una routine per il sonno.
Tale routine sarà adeguata alle diverse abitudini famigliari, ma alcune strategie possono essere comuni:
-evitare nel pomeriggio attività eccessivamente stimolanti o sonnellini prolungati,
-terminato il pasto serale evitare di dargli il latte o altre bevande, perché il bambino assocerà l’addormentamento al liquido e lo richiederà ad ogni risveglio,
-evitare schermi o musiche ad alto volume, molto meglio la ninna nanna cantata da un genitore,
-spostarsi nella stanza della casa preposta per il sonno con una temperatura tra i 18 e 20 °
-può sembrare un paradosso ma per molti bambini
essere troppo stanchi li porta ad avere fatica nell’addormentarsi
-evitare di farlo dormire fino a tarda mattina e anticipare gradualmente di 15/20 minuti, l’ora di andare a dormire la sera.
– “mettere i dentini” è un altro motivo di insonnia perché
può creare irritabilità e dolore, in questo caso può essere opportuno adoperare le diverse creme lenitive per le gengive e far dormire il bambino con un cuscino.
-Anche nei “terribili 2 anni” quando c’è una forte ambivalenza tra il bisogno di autonomia e quello di protezione, possono insorgere  un numero maggiore di risvegli notturni. Numerosi, infatti, sono i bambini che  a questa età, apparentemente senza ragione, cominciano a fare i capricci per andare a dormire o svegliarsi spesso durante la notte.
Quindi, come da quanto già detto, i risvegli  notturni dei bambini sono un evento del tutto naturale e fisiologico nei primi 3 anni di vita, in quanto sono una risposta all’adattamento  ed al passaggio da fasi di sonno più profondo a più leggere durante la crescita.
Ma gestire i frequenti risvegli  notturni , protratti per lungo tempo, può essere stressante per i genitori, per questo sono nate diverse scuole di pensiero su come poter risolvere tale problema da: le “tate del sonno” ,alle tisane o gocce per facilitare l’addormentamento.
Personalmente sono più propensa a pensare che i bambini stanno iniziando a conoscere un mondo del tutto nuovo che li attrae molto ma nello stesso tempo li spaventa, non sanno bene cosa aspettarsi e quali pericoli nascosti potrebbero esserci, a cui si aggiunge l’ambivalenza di cui ho già accennato tra il desiderio di libertà e il bisogno di protezione.
Tale ambivalenza può risultare incomprensibile per alcuni genitori e difficile da tollerare, ma tutto potrà essere più gestibile se si diventa consapevoli del particolare momento che i nostri bambini stanno vivendo: sentono di diventare grandi ambiscono all’autonomia, ma inconsapevolmente si chiedono: “anche da grande sarò amato da papà e mamma?”
Allora la cosa migliore è che i genitori si armano di pazienza, anche accogliendo le richieste di maggiori rassicurazioni ed acconsentendo quando è possibile, anche ad aumentare “le coccole”.
Non temano i genitori di innescare abitudini che non si era intenzionati a dare ai propri figli, in realtà si tratta solamente di dare una risposta al bisogno del bambino di maggiore protezione dovuta alla “fatica” del crescere.
Dare tale sicurezza significherà aumentare il loro senso di sicurezza e di conseguenza le loro autonomie.
Al contrario è più rischioso non riconoscere il bisogno del bambino e spronarlo ad essere “grande”, ricordiamo che anche le regressioni se affrontate con serenità da parte dei genitori e di chi si occupa del bambino, rappresentano una fase passeggera.

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Morsi, graffi, spintoni… https://www.asilonidopeterpan2.com/morsi-graffi-spintoni/ Mon, 07 Jul 2025 07:32:04 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221044 Non è difficile, ai giardinetti o negli asilo nido, incontrare bambini che possano essere definiti “maneschi”. L’aggressività nei bambini crea apprensione negli adulti in ambito familiare così come in quello scolastico, dato che vene considerato un comportamento non adeguato all’interno di relazioni sociali. In realtà, se si rimane entro una “limitata” quantità di “comportamenti aggressivi”, […]

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Non è difficile, ai giardinetti o negli asilo nido, incontrare bambini che possano essere definiti “maneschi”.
L’aggressività nei bambini crea apprensione negli adulti in ambito familiare così come in quello scolastico, dato che vene considerato un comportamento non adeguato all’interno di relazioni sociali.
In realtà, se si rimane entro una “limitata” quantità di “comportamenti aggressivi”, tali atteggiamenti sono del tutto normali e tipici della prima fase evolutiva dei bambini.
Entro i primi tre anni di vita, infatti, sia a causa della scarsa capacità di esprimersi, sia per l’immaturità del cervello e del sistema nervoso, i piccoli faticano a regolare e gestire le loro emozione in maniera efficace. Questo comporta che i bambini sono portati a scaricare l’emozione attraverso comportamenti aggressivi o scatti di rabbia.
Pur essendo connaturata alla fase di sviluppo – è quindi del tutto normale che i bambini utilizzino la loro fisicità nella relazione con gli altri-, l’aggressività non è comunque un atteggiamento considerato accettabile da noi adulti, che rimaniamo spiazzati soprattutto di fronte a reazioni apparentemente eccessive ed immotivate.
Spesso nell’asilo nido, infatti, un piccolo aggredisce un compagno soprattutto con morsi o graffi senza nessuna causa dal nostro punto di vista: non gli è stato tolto un gioco, né è stato minacciato o aggredito dall’altro.
Questa inaspettata aggressività crea nelle educatrici difficoltà di gestione proprio per la loro imprevedibilità e spesso tale azione aggressiva nei confronti del compagno non è chiara neanche al bambino stesso. Se gli si chiede, infatti, perché lo abbia fatto, non sa rispondere.
Perché avviene tutto questo? Quale potrebbe essere la spiegazione?
La risposta forse potrebbe essere ricercata nel mondo interiore del bambino:
– Potrebbe essere un atteggiamento, una postura, un timbro di voce… (cose insignificanti per noi adulti), della “vittima” che suscitano nel bambino una emotività negativa intesa come pericolo che fa scaturire una aggressività di difesa.
– Oppure il non senso dell’aggressività può nascere da una situazione ambientale: troppa o scarsa stimolazione (rumore, colori, oggetti…)
– Spesso il comportamento aggressivo può scaturire dall’incapacità del bambino di gestire le frustrazioni: un giocattolo preso, un’attenzione dell’educatrice verso un altro piccolo. Nei primi anni di vita, infatti, il bambino vive i “coetanei” come potenti rivali e questo gli crea un stato di tensione che si libera spesso con un comportamento ostile verso l’altro.
– In un mondo di adulti, infine, il bambino vive sempre in una condizione di inferiorità che spesso esprime attraverso un’aggressiva affermazione di superiorità. Così che spesso: morsi, graffi, tirate di capelli, lancio di oggetti non sono atteggiamenti di cattiveria, ma solo manifestazioni del suo bisogno di affermazione: è come se cercasse di distruggere i prodotti creativi dell’altro bimbo in maniera tale da cancellare la propria inadeguatezza.
Alcune volte gli episodi di aggressività negli asili si verificano in momenti della giornata meno strutturati: passaggio da un’attività ad un’altra, gioco libero, in momenti cioè dove manca il supporto regolativo dell’educatrice. In alcuni bimbi è proprio in tali momenti che si scatena una momentanea aggressività, dovuta all’incapacità di manifestare diversamente le proprie reazioni.
Tale tipo di violenza non denota nessuna patologia del bambino, né deve essere ricondotta necessariamente a problematiche familiari o sociali: tali forme tenderanno infatti a sparire con il crescere degli anni, tanto che nella scuola dell’infanzia questi episodi diminuiscono, proprio perché crescendo il bambino acquisisce alternative strategie di comunicazione.
Trovare le modalità di intervento in ambito scolastico non è semplice perché alcune volte il problema non si risolve da solo o presto, per cui specialmente per le educatrici è importante trovare delle strategie di intervento:
– Poiché i bambini a questa età, come detto, non hanno ancora la capacità di esprimere le proprie emozioni, per prima cosa le educatrici dovranno insegnare loro che la rabbia esiste , ma che può essere controllata.
– Sicuramente bisognerà promuovere un comportamento empatico
– Sarà compito delle educatrici osservare ed individuare quali comportamenti tenere sotto controllo
– Considerare la frequenza delle reazioni di rabbia e di aggressività nell’arco delle giornate
– Valutare gli stimoli
– Osservare eventuale cambiamento dopo aver messo in atto un comportamento empatico.
– Coinvolgere infine i genitori, non per allarmarli ma per poter valutare il comportamento del bambino fuori dell’ambiente scolastico e per comprendere il loro atteggiamento di fronte ad episodi del genere anche in ambito famigliare.
Se è vero che un bimbo che ancora non sa parlare ha più facilità ed esprimere la propria rabbia attraverso atteggiamenti aggressivi, non per questo è il caso di lasciarglielo fare!!
Di fronte all’assenza di regole impartite dai genitori, il bambino percepisce e vive tale modalità come un abbandono. Infatti, avere dei limiti imposti anche dai genitori, tranquillizza il bambino e gli da la possibilità di imparare a controllare la propria ostilità.
Certamente bisogna guidare -sia che siamo genitori o educatori- con delicatezza, sottolineando anche tutti i comportamenti positivi che il bambino compie: “Oggi, hai giocato molto bene con i compagni, sono fiero di te!”
È molto più facile che avvengano dei cambiamenti positivi se non li farete sentire sempre e solo “cattivi”!
Essenziale è insegnare loro che esistono comportamenti alternativi all’aggressività per esprimere i propri sentimenti ed emozioni, ma che comunque comprendiamo le loro esigenze.
Generalmente gli psicologi concordano nel ritenere che ci siano alcune regole fondamentali per affrontare tali comportamenti aggressivi nei bambini:
– Il bambino non deve mai dubitare dell’amore del genitore o dell’educatrice. Spesso l’aggressività nasce proprio dalla sensazione del bambino di sentirsi escluso e respinto. Se desideriamo che cambi il suo comportamento è essenziale dargli attenzione, dimostrargli amore e rassicurarlo che non è lui che disapprovate ma il comportamento.
– Non premiate mai la prepotenza. Se un giocattolo viene preso con prepotenza ad un compagno, fateglielo restituire. Se picchia un compagno durante il gioco allontanatelo con dolcezza ma con fermezza finché non si calma, sottolineando che con tale comportamento non è possibile farlo giocare con i compagni, ma che appena avrà un comportamento corretto e rispettoso verso altri potrà riprendere i giochi. Sottoliniamo quindi la positività di un corretto comportamento.
– Noi adulti spesso di fronte ad un ennesimo graffio o pizzico che compie un bambino lo consideriamo come la conferma della sua prepotenza, dovremmo invece provare a pensare che quel bimbo è anche capace di essere molto dolce ed affettuoso. È il nostro atteggiamento verso di lui che lo fa sentire incompreso e rischiamo di accentuare così il suo comportamento negativo.
– Accettare e comprendere i suoi stati d’animo, le sue emozioni è fondamentale, il nostro compito è quello di insegnargli il modo corretto di esprimerli.
– E’ giusto che il bimbo esprima i propri sentimenti, non deve reprimere le sue emozioni, ma insegniamogli che invece di dare un morso ad un compagno magari è meglio fare una corsa, se è triste può piangere, non è una vergogna!
– Picchiare un bambino perché ha fatto male ad un compagno, non gli insegna nulla, anzi, imparerà che vince chi è più forte. Se un genitore da una sculacciata in un momento di nervosismo, poi ritrovata la calma, chieda scusa dicendo : “mi ,dispiace anche a me capita alcune volte di perdere la calma. Dobbiamo migliorare tutti e due!”
– Se il bimbo picchia per “ farsi vedere” ignoratelo, forse vedendosi ignorato può decidere che non ne valga la pena. Oppure non accettate e non ridete se anche per gioco lui vi picchia o vi morde.
– Fate capire ai bambini che un gesto o comportamento negativo comporta una serie di conseguenze negative: “ il tuo amico non vuole più giocare con te, perché gli hai fatto male”
– Al contrario sottolineiamo i vantaggi di una buona condotta: “ ti tolgo il gioco perché ora non sai usarlo come si deve, appena imparerai potrai riaverlo e giocarci con il tuo compagno”.
– Fondamentale è che il bambino capisca che comprendete il suo stato d’animo: “capisco che sei arrabbiato, ma questa non è una giustificazione per fare male ad un tuo compagno”
In generale sono i cambiamenti, le situazioni di “stress” che possono rendere il bambino particolarmente aggressivo e nervoso, cerchiamo quindi di dedicargli ogni giorno un tempo solo per lui, abbracciamolo, mettiamolo in condizione di potersi sfogare correndo in un parco o favoriamo una attività fisica.

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Come comunicare efficacemente con i bambini https://www.asilonidopeterpan2.com/come-comunicare-efficacemente-con-i-bambini/ Mon, 07 Jul 2025 07:22:20 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221041 La comunicazione è la capacità di trasmettere, attraverso vari canali, delle informazioni cioè è la modalità per mezzo della quale condividiamo con gli altri e per poter far ciò abbiamo bisogno di : – Un ambiente, anche se in questo periodo è sempre più diffuso l’uso del mondo virtuale. – Un contenuto, ossia cosa vogliamo […]

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La comunicazione è la capacità di trasmettere, attraverso vari canali, delle informazioni cioè è la modalità per mezzo della quale condividiamo con gli altri e per poter far ciò abbiamo bisogno di :
– Un ambiente, anche se in questo periodo è sempre più diffuso l’uso del mondo virtuale.
– Un contenuto, ossia cosa vogliamo comunicare
– Un destinatario, a chi vogliamo comunicare.
In rapporto a colui al quale vogliamo trasmettere le nostre informazioni, facciamo uso di vari codici linguistici, infatti non esiste un solo modo di comunicare ma possiamo farlo in maniera:
-non verbale attraverso il corpo, la postura, la gestualità… o anche il silenzio che è un altro modo di comunicare,
-paraverbale attraverso il volume, il tono, il ritmo…
– intrapersonale, quando ci rivolgiamo a noi stessi facendo riferimento ai sentimenti, ai pensieri, alle emozioni,
-interpersonale che consiste nel trasmettere i nostri pensieri all’altro.
Pertanto l’efficacia di un messaggio non dipende solamente dal significato letterale di ciò che diciamo, ma anche da come questo messaggio viene percepito dall’altro essendo molto influenzato da fattori non verbali.
Una valida comunicazione verbale dipende, inoltre anche da quanto il mittente del messaggio si faccia accettare dal suo interlocutore e da quanto quest’ultimo abbia udito e capito.
Lo sviluppo della comunicazione avviene per gradi e sicuramente il primo scambio comunicativo avviene attraverso lo sguardo.
Per il neonato che incontra per la prima volta lo sguardo dei genitori, vuol dire aver trovato un porto sicuro dove rifugiarsi. Le ricerche mostrano, infatti, come il neonato cerchi attivamente l’interazione attraverso i volti, preferendo quelli con i quali cercando in qualche modo di mettersi in contatto riesce ad avere uno scambio comunicativo.
E’ importante ricordare che fin dai primissimi momenti dalla nascita il piccolo sente parlare e cantare e seppure non comprende il significato delle parole percepisce che queste comunicazioni lo aiutano a calmarsi.
Quindi la comunicazione nei primi tempi della nascita si basa sugli sguardi, sul contatto fisico, sul sorriso e sul pianto.
E’ proprio il pianto la modalità con cui il bambino comunica di essere in difficoltà ed esprime il suo desiderio e bisogno di aiuto.
Quando un bimbo piange e l’adulto cerca di rispondere in modo consono e regolare, il piccolo fa esperienza che non solo i suoi bisogni possono essere ascoltati, ma anche che lui stesso può fare qualcosa affinché le sue necessità vengano soddisfatte.
Quindi attraverso il pianto il bambino cerca di provocare una risposta, prendendo poco alla volta la consapevolezza che il suo pianto non solo influenza il comportamento degli adulti ma anche suscita delle risposte.
Con il passare dei mesi la comunicazione si amplia, iniziano i vocalizzi, la lallazione , le prime parole ed infine le frasi.
Tutto ciò permette al bambino di interagire sempre di più con il mondo circostante, di cominciare a comprendere le prime parole, ad emette i primi suoni, felice di riuscire a provocare delle risposte agli stimoli esterni.
Il passaggio fondamentale per la crescita sia dal punto di vista cognitivo che emotivo è quando intorno al primo anno di vita il piccolo comincia a pronunciare le prime parole .
Bisogna tener presente che prima ancora di riuscire ad esprimere realmente se stesso attraverso le parole,il bambino nei primi anni di vita, lo fa attraverso il gioco, ed è attraverso questo che l’adulto attento potrà capire e ricevere importanti informazioni sulla realtà vissuta dal piccolo.
E’ il gioco che permette al bambino di sperimentare, creare, inventare ed esprimere la propria spontaneità, il proprio modo di essere, soprattutto il proprio mondo interiore.
E’ per mezzo di tale modo di comunicazione che pertanto l’adulto dovrebbe comprendere l’impegno e l’importanza che ogni gesto e tipo di gioco riveste per il bambino.
Il gioco ed il disegno sono le più alte tipologie di comunicazione non verbale infantile, che permettono di scoprire e comprendere eventuali disagi del bambino.
La comunicazione non verbale riveste , infatti, grandissima importanza nel mondo dell’infanzia: sguardi, gesti, disegni e gioco sono strumenti fondamentali per mettere in evidenza eventuali stati d’animo negativi che spesso il bambino non riesce ad esprimere con le parole oppure che ha paura di esprimere apertamente.
Pertanto tutti questi canali non verbali della comunicazione sono fondamentali per capire ciò che il bambino vuole trasmetterci.
Per lo psicologo Gordon una comunicazione diventa efficace quando esiste un’interazione di fattori: relazionali, affettivi, cognitivi, culturali e sociali. Alla base dell’ascolto attivo, infatti ci deve essere l’empatia e l’accettazione che per chi opera nel mondo dell’infanzia, significa prestare attenzione a quello che dicono i bambini, comprendere ciò che ci vogliono dire, riflettere su quanto dicono senza sminuirlo o giudicarlo, ricordando sempre che l’indifferenza è la peggiore nemica della comunicazione.
In ambito scolastico avere a che fare ogni giorno con tanti bambini significa per l’educatrice confrontarsi con personalità e bisogni diversi, per questo motivo l’insegnante non può utilizzare un unico metodo comunicativo.
Il rapporto insegnante-alunno deve essere reciproco e soprattutto fondato sulla fiducia perché spesso quando in alcune famiglie si vivono situazioni difficili , i bambini cercano nella figura dell’educatrice una persona di fiducia alla quale riferire il proprio disagio.
E’ bene quindi in classe creare un clima sereno e collaborativo dando a tutti la possibilità di confrontarsi senza essere giudicati.
Compito dei genitori e degli educatori è quello di saper insegnare ai bambini a comunicare efficacemente per risolvere in maniera corretta le difficoltà che la persona incontrerà nella vita, senza dover ricorrere alla violenza verbale o fisica.
Quello da usare con i bambini è un “ascolto attivo” cioè riflettere su ciò che il bambino ci vuole dire, senza accavallare la nostra voce a quella del piccolo o fare espressioni di dissenso, ma ascoltare e comprendere solo in questo modo il bambino si sentirà libero di esprimersi.
Quello che dobbiamo fare, invece, è fare cenni verbali o non verbali di attenzione per ciò che ci viene detto.
L’attenzione non verbale può corrispondere al costante contatto visivo, all’annuire, al sorridere, al chinarsi verso…verbalmente possiamo intercalare il discorso dei bambini con: capisco, ti ascolto, oh..
Espressioni facilitanti alla comunicazione con il bambino potrebbero
essere:” e’ interessante, vuoi dirmi qualcosa di più? Vogliamo parlarne? “
Soprattutto il bambino deve sentirsi oggetto di attenzione, accoglienza e comprensione per poter avere dall’adulto un aiuto alla soluzione delle sue necessità.
Avere empatia con il piccolo è fondamentale, comprendere il suo malessere, ascoltarlo e soprattutto mettersi nei suoi panni per comprendere il suo malessere è essenziale.
Inoltre osservare come si muove, come interagisce con l’ambiente, cosa fa è fondamentale per imparare a comprendere i messaggi che ci sta inviando ossia ,per comprendere la sua realtà.
Nei loro comportamenti possiamo vedere, infatti, le loro emozioni, le loro paure, i loro desideri.
Saperli osservare significa comprendere come si sviluppano i comportamenti dei bambini e quindi agire di conseguenza per aiutarli. Se non cerchiamo di mettere da parte le nostre percezioni della realtà, il nostro modo di valutare le situazioni, non comprenderemo mai veramente ciò che prova il bambino.
Se normalmente comunichiamo con il bambino attraverso frasi tipo: “tu non l’hai fatto,” “tu sei così”, tu dovresti comportarti diversamente”,….il bambino non si sente accolto ma disconfermato!!
Invece di dire continuamente “Tu” e quindi puntare il dito sulle sue mancanze, usiamo: ”IO” che consente una comunicazione adulto-bambino basata non sulla valutazione o giudizio del suo operato, ma pone il bambino di fronte agli effetti che il suo atto procura agli altri:” quando fai così mi fai arrabbiare”
Comunicare e saper ascoltare attivamente non è facile specialmente in una realtà di vita molto caotica come l’odierna. Ascolto attivo non vuol dire mettersi al servizio dei propri figli, ma predisporsi alla comunicazione e se quello non è il momento è meglio chiedergli di aspettare perché in quel momento non potreste dargli la giusta attenzione.
Quando possiamo veramente ascoltarli, inginocchiamoci alla sua altezza, osserviamo i suoi comportamenti, facciamogli domande, poi riassumiamo quello che ha detto per fargli capire che abbiamo compreso quello che voleva comunicarci. Se ad es. dice che si è fatto male dobbiamo non solo dirgli che ci dispiace ma che comprendiamo che possa anche essersi messo paura.
Riassumendo possiamo dire che per avere una buona comunicazione è fondamentale:
– un atteggiamento di ascolto e di interesse da parte dell’adulto su ciò che il bambino ha da dire ed un comportamento tale da favorire nel bambino apertura e fiducia
-che anche il bambino sia in ascolto , cioè non sia in un momento in cui è intento nel gioco od altro, altrimenti ci troveremo nella situazione frustante di dover ripetere la stessa cosa varie volte.
-ciò che comunichiamo al bambino deve essere espresso in maniera semplice e chiara ed il vocabolario che adoperiamo deve essere adeguato all’età del piccolo
-ciò che comunichiamo deve essere coerente e sincero
-il volume di voce e la postura adeguate a ciò che diciamo, tenendo sempre presente che i piccoli imparano ed interiorizzano anche attraverso il nostro esempio.
-verbalizzare i propri sentimenti. Questo atteggiamento non procura risultati immediati ,ma a lungo termine risulta uno dei fattori più importanti nella costruzione di una buona relazione. Riuscire a comunicare ad un bambino i nostri stati emotivi è un atteggiamento che può portare grandi benefici: imparare a discriminare la rabbia, la paura, la tristezza è un passaggio fondamentale, ma è altrettanto importante capire che tutto ciò può essere comunicato senza sentirci in imbarazzo o rifiutati.
Rendere, inoltre, esplicito ciò che proviamo, ciò di cui abbiamo bisogno aiuta i bambini a comprendere gli altri.
Quello che invece noi adulti nel comunicare con i bambini dobbiamo assolutamente evitare sono:
-Minacce e ricatti, strumenti emotivamente destabilizzanti per i bambini.
Considerando che per i bambini “è tutto vero” anche una minaccia verrà presa sul serio mentre il ricatto lo farà sentire in una situazione senza via di scampo.
-Discordanza tra verbale e non verbale. Se ad es. un bambino ci mostra orgogliosamente un suo operato e noi distrattamente rispondiamo “che bello” ma in tono annoiato e distratto al bambino giungerà la nostra noia ed il nostro disinteresse, mentre sarebbe meglio dire: “ in questo momento sono impegnato, e non posso vedere attentamente ciò che hai fatto. Puoi aspettare un momento e poi lo guardiamo insieme?”
-Sarcasmo ed ironia, queste sono due modalità che spesso adottiamo noi adulti ma non sono comunicazioni efficaci ed utili con i bambini di età inferiore ai 7 anni perché ancora non riescono a comprenderle cognitivamente.
-squalificare: alcune volte noi adulti per cercare di sdrammatizzare una situazione ad es. una caduta di un bambino diciamo:” non ti sei fatto nulla, non piangere”, in questo modo il piccolo si sente squalificato in ciò che sta provando.
-Divieti: nel bambino almeno fino ai 3 anni dire :”Non correre! Oppure “non urlare” fa scattare nel bambino immediatamente il fare l’azione che gli diciamo di non fare e questo non sempre o solo per sfidare l’autorità genitoriale, ma perché a questa età il cervello funziona per rappresentazioni, pertanto gli rimane in mente l’azione, il correre o l’urlare. Sarebbe meglio dire:” rallenta”, oppure “puoi abbassare la voce”?
-Giudizi sulla persona. Invece di dare giudizi indirizzati al bambino (sei maleducato, sei pasticcione…) rivolgiamo la critica alle azioni:” che bel pasticcio c’è qui! La prossima volta fai più attenzione, ora vieni che sistemiamo!” in questo modo diciamo che le sue azioni non ci piacciono, non lui.
-Interruzioni Limitiamo le interruzioni di comunicazione.
Lavorare sul proprio modo di comunicare con i figli, in famiglia ,al lavoro può realmente fare la differenza per le relazioni significative della nostra vita.
Parlare in maniera rispettosa, empatica ed accogliente soprattutto ai bambini è un atteggiamento che regala veri momenti di sintonia affettiva con i piccoli i quali ci chiedono costantemente di essere compresi .

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Le emozioni https://www.asilonidopeterpan2.com/le-emozioni/ Mon, 07 Jul 2025 07:14:27 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=221038 La nostra vita, è governata dalle emozioni che influenzano non solo quello che facciamo, ma anche il modo in cui affrontiamo gli avvenimenti. Tutti noi proviamo delle emozioni, poichè esse sono le risposte che favoriscono l’adattamento dell’organismo all’ambiente, quindi, sono dei meccanismi che permettono all’individuo di affrontare meglio l’ambiente che ci circonda e, possono essere […]

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La nostra vita, è governata dalle emozioni che influenzano non solo quello che facciamo, ma anche il modo in cui affrontiamo gli avvenimenti.
Tutti noi proviamo delle emozioni, poichè esse sono le risposte che favoriscono l’adattamento dell’organismo all’ambiente, quindi, sono dei meccanismi che permettono all’individuo di affrontare meglio l’ambiente che ci circonda e, possono essere diverse per intensità e tipologia.
Non si può parlare delle emozioni senza citare Ekman il quale ha  dimostrato attraverso le osservazioni e gli  studi, effettuati soprattutto in Nuova Guinea, che esse non dipendono dalla cultura di appartenenza ma sono riscontrabili in qualsiasi popolazione.
Le emozioni di base sono:

  • la rabbia, che scaturisce in seguito ad una frustrazione;
  • la paura, che si prova davanti ad un pericolo reale;
  • la tristezza, che si prova a seguito di una perdita;
  • la gioia, emozione legata alla soddisfazione di un desiderio;
  • la sorpresa, che nasce dopo un evento inaspettato e può essere seguito da gioia o paura
  • disgusto, che è una risposta repulsiva

Tali emozioni primarie, sono caratterizzate dal fatto che: compaiono precocemente e sono presenti in tutte le fasi evolutive dell’individuo compresi altri primati, sono di breve durata, nascono rapidamente e  sono universali, spontanee e innate. A sostegno di tale tesi, ci sono studi che attestano come ad es. in bambini appena nati e quindi senza possibilità di avere avuto apprendimento, alcune espressioni facciali siano identiche ed universali.
Sono, infatti, universali perché appartengono a tutta la specie umana indipendentemente dalla cultura di appartenenza; innate perché ogni bambino di qualsiasi etnia, ha la stessa espressione di base e non si acquisiscono in seguito ad apprendimento ed, infine, sono spontanee in quanto si presentano automaticamente.
Tutte queste caratteristiche insieme alla postura, alla voce, ai gesti fanno parte della nostra comunicazione non verbale e sono i canali previlegiati attraverso i quali l’uomo riesce ad attirare l’attenzione e l’interesse degli altri.
Imparare a riconoscere  le emozioni di chi ci è di fronte, facilita inoltre, la comunicazione e quindi il rapporto con l’altro soprattutto in fase iniziale in quanto, al di là di quello che si dice, è attraverso soprattutto la prossemica, cioè lo studio dei gesti, del comportamento, delle distanze all’interno di una comunicazione, delle espressioni, che riusciamo ad entrare in sintonia con l’altro.
Tali positività delle emozioni, che possono arrivare anche a salvarci, in quanto ci permettono di reagire tempestivamente in particolare circostanze, però possono anche al contrario diventare disfunzionali ed ostacolarci .

Tali disfunzionalità nascono ad es. nel caso in cui l’emozione che si prova è certamente consona alla situazione ma, è errata la sua l’intensità , oppure è errato il modo in cui la manifestiamo (es. giusto essere arrabbiati, ma non entrare in un mutismo assoluto),ancora l’emozione che proviamo non è consona alla situazione.  Questo comporta che quando siamo travolti da un’emozione non appropriata, tendiamo ad interpretare gli avvenimenti in modo da farli coincidere con il nostro stato d’animo scartando tutto ciò che potrebbe non coincidere con quello che stiamo provando.
Spesso agli psicoterapeuti, si rivolgono persone che chiedono aiuto per non essere travolti dalle loro emozioni, ma esse non vanno spente, ma  solamente bisogna  imparare a  conoscerle e gestirle.
Le emozioni, infatti, hanno dei ruoli ben precisi e di vantaggio, ad esempio: la paura ci protegge, il disgusto ci evita di assumere alimenti tossici, la tristezza ci porta a chiedere sostegno e vicinanza agli altri, la rabbia a combattere per un mondo più giusto.
Senza emozioni, la nostra vita sarebbe “piatta” esse sono il fulcro della vita stessa.
L’umore di una persona invece, è lo stato lieve ma continuativo di una emozione. Infatti mentre le emozioni possono nascere e spegnersi nell’arco di qualche secondo o minuto, l’umore può durare anche per diversi giorni.
L’umore irritabile, ad esempio, è diverso dall’essere arrabbiati, in quanto è come se fossimo sempre “seccati” e pronti per un nonnulla a scatti di ira, oppure l’umore apprensivo  che coinvolge la paura, ci fa vivere in perenne stato di ansia ed allerta.
Pertanto è il nostro umore che attiva determinate emozioni, così come l’ umore irritabile, ci porterà ad arrabbiarci per qualsiasi imprevisto anche minimo.
Quindi, le emozioni come ho già detto, hanno una breve durata, l’umore ,invece, dura ore o giorni, mentre i disturbi emotivi, che sono caratterizzati da un’emozione che investe tutti i settori della vita, impediscono alla persona che ne è afflitta, non solamente a non riuscire a sottrarsene, ma neanche a poterla controllare. Tale forma di disturbo può durare qualche giorno o settimana fino ad arrivare ad anni.
La tristezza che è l’emozione legata alla perdita,  può andare dallo smarrimento di un oggetto, alla perdita di un’ opportunità o della autonomia, dall’abbandono della persona amata, alla morte di una persona cara.
Normalmente in questi casi la reazione è di tristezza, se l’affrontiamo con rassegnazione cioè in modo passivo, oppure con tormento e quindi con ribellione se l’affrontiamo in modo attivo.
La rabbia, che proviamo in questo caso, ci serve proprio per difenderci da emozioni dolorose come lo è appunto la tristezza, così ad es. una persona abbandonata dall’innamorato/a può provare una rabbia così forte, da riuscire a sovrastare la tristezza della perdita.
Ad ogni emozione corrisponde una espressione del viso,  che nel caso della tristezza ad es. sembra inviare un appello di aiuto e di sconforto tale da generare in chi gli è vicino a sua volta un’emozione, che può essere di empatia e condivisione oppure al contrario di rabbia, in quanto si percepisce la persona triste, come colei che si lamenta sempre, incapace di badare a se stessa.
Anche il  pianto una volta prerogativa dei bambini e delle donne, è un espressione di tristezza, e recenti studi hanno messo in evidenza  che è presente anche in altri primati in particolari situazioni di sofferenza.
L’intensità della tristezza è modificabile, si passa dalla delusione, quando le nostre aspettative  non vengono soddisfatte, allo sconforto  quando ci rendiamo conto che non abbiamo modo per affrontare una situazione, dalla rassegnazione all’impotenza, dalla disperazione all’angoscia quando all’intensa tristezza si accompagna anche un’ agitazione psicomotoria, mentre il disturbo emotivo correlato alla tristezza è la depressione.
Per quanto riguarda la rabbia l’umore corrispondente è l’irritabilità, e il disturbo emotivo ad esso collegato  può interferire con la vita sociale della persona  perché arriva anche alla violenza non solo verbale, ma anche fisica.
Riuscire a dominare la rabbia non è facile, anche perché l’emozione cambia di intensità da persona a persona, c’è chi passa dalla rabbia all’irritazione, mentre altre sono più inclini ad infuriarsi.
Alcune volte siamo così arrabbiati che passiamo immediatamente all’attacco trovandoci poi spesso in situazioni incresciose per aver detto o fatto cose che non avremmo mai voluto fare o dire.
Soprattutto all’interno di una “coppia” la gestione della rabbia è estremamente importante perché questa emozione porta ad innalzare un muro tra la stessa, impedendo un comportamento più idoneo come quello di parlare della situazione, magari  in un secondo momento.
Nonostante gli aspetti negativi, dobbiamo anche valutare che la rabbia in alcuni momenti può servire a diminuire la paura e darci la forza per affrontare la minaccia.
In conclusione  la rabbia andrebbe affrontata, facendo attenzione a scegliere il momento opportuno per farlo evitando di affrontare la questione quando uno dei due o peggio tutte e due le persone sono molto arrabbiati.
Nell’affrontare la paura,  emozione che si accompagna alla percezione di un pericolo si mettono in atto una serie di comportamenti che abbiamo imparato durante la nostra vita.
Anche l’intesità della paura può variare passando dall’apprensione che possa verificarsi un pericolo, al nervosismo se siamo incerti sul da farsi, all’ansia se pensiamo di non essere all’altezza di risolvere la situazione, al timore che deriva dall’anticipazione di un grave pericolo, fino al terrore che rappresenta la massima intensità della paura.
Due sono le reazioni alla paura che si sono rivelate più utili con il progredire dell’evoluzione: fuggire o combattere. Cioè l’evoluzione ci ha preparato a fare ciò che è stato più utile alla preservazione della nostra specie.
Quando si prova paura, e molto difficile pensare ad altro perché la nostra mente rimane concentrata sulla minaccia. Anche in questo caso la paura può sembrare un’emozione negativa, tuttavia nessuna emozione può essere considerata tale poiché ciascuna ha un suo ruolo, l’ unica cosa da non perdere di vista, è che non superino una certa soglia di intensità diventando  in tal caso disfunzionali o patologiche.
Ci si è posta la domanda se si possono controllare le espressioni che rappresentano le nostre emozioni, ossia possiamo modulare la nostra mimica o simulare un’altra emozione o inibirla?
La risposta è che fin da bambini ci insegnano  che ci sono delle “norme” culturali o professionali che ci “costringono” a gestire l’aspetto del nostro viso in pubblico. Sono regole che derivano dalla cultura di appartenenza, oppure da tradizione di famiglia, comunque sia personali, sia culturali, sono regole che si apprendono fin da piccoli, per cui il controllo diventa automatico .
Comunque non è facile controllare le espressioni relative alle emozioni, infatti è molto più facile mentire con le parole che con il viso.
La menzogna è la scelta deliberata e non dichiarata di trarre in inganno qualcuno.
Si dicono bugie ai genitori, ai figli, agli amici, …e possono essere manifestate  attraverso la dissimulazione, cioè nascondere cose vere, oppure attraverso la falsificazione cioè presentare come vere false informazioni.
Si può mentire in diverse modi: sviando i sospetti, presentando le cose in maniera da dare un significato diverso da quello reale, dicendo una mezza verità che modifica il significato della verità…e numerose sono le motivazioni per cui una persona  può mentire.
Può farlo per apparire diverso da quello che si è, per difendersi, per ingannare, per mantenere un proprio ruolo o potere…
Diversa è  invece la bugia dei bambini i quali intorno ai 4 anni sanno bene che non si deve ingannare a prescindere che la bugia sia detta intenzionalmente o meno,  verso gli 8 anni i bambini non considerano più un bugiardo chi involontariamente da false informazioni, ma  dopo i 10/11 anni i ragazzi pensano che sia giusto mentire o no secondo la situazione.
Certamente, i figli continueranno a dire bugie ai genitori ed essi  potranno solamente attraverso il dialogo con i propri figli far loro comprendere quanto sia difficile vivere insieme se non ci si fida l’uno dell’altro, ma soprattutto i figli devono avere sempre la consapevolezza che non hanno bisogno di mentire ai genitori , perché qualunque verità sarà compresa e non scatenerà la loro ira.

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L’IMPORTANZA DEL RIPOSO POMERIDIANO NEI BAMBINI https://www.asilonidopeterpan2.com/limportanza-del-riposo-pomeridiano-nei-bambini/ Fri, 16 Dec 2022 14:46:34 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=220940 Ho sempre ritenuto, sia per esperienza diretta, che soprattutto per gli studi sull’argomento, che il riposo pomeridiano sia importante per i bambini (ma anche per gli adulti!) perché è attraverso di esso che i piccoli rielaborano le esperienze vissute nelle ore della mattina e si ricaricano di energie. Per tale motivo, non ritengo rispettoso nei […]

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Ho sempre ritenuto, sia per esperienza diretta, che soprattutto per gli studi sull’argomento, che il riposo pomeridiano sia importante per i bambini (ma anche per gli adulti!) perché è attraverso di esso che i piccoli rielaborano le esperienze vissute nelle ore della mattina e si ricaricano di energie.
Per tale motivo, non ritengo rispettoso nei confronti dei bambini, anzi ritengo che sia una vera violazione dei diritti dell’infanzia, con ripercussioni sul loro sistema neurovegetativo, la regola presente nella maggior parte delle scuole d’infanzia di eliminare questo momento.
Mi appare incomprensibile come le scuole dell’infanzia, preposte alla crescita ed all’apprendimento dei bambini più piccoli manifestino una resistenza al riposo pomeridiano.
Nella mia esperienza ultra ventennale come titolare sia di asilo nido che di scuola d’infanzia, ho potuto constatare che questo momento sia assolutamente necessario ai piccoli, tanto quanto il riposo notturno, sia per recuperare le energie spese nell’arco della mattina, sia per favorire l’apprendimento e lo sviluppo dei processi cognitivi, come viene evidenziato dai numerosi studi effettuati dall’Università dell’Arizona, o da quelli di Rebecca Spencer dell’University of Massachusetts, che hanno dimostrato che un momento di riposo nell’arco del pomeriggio produca effetti positivi sulle capacità cerebrali, sia migliorando la capacità di concentrazione, che la memoria.

Tutte le ricerche neuroscientifiche affermano che il sonno sia basilare per poter sviluppare ed utilizzare al massimo le proprie risorse e condurre una vita sana mantenendo un buon funzionamento del sistema immunitario

Inoltre dopo un ”sonnellino” il bambino percepisce e recupera un senso generale di benessere, di contro le società pediatriche segnalano che si stanno sempre più riducendo le ore di sonno ai bambini con danni neurofisiologici ed anche metabolici.
Spesso si sente dire da parte dei genitori dei bambini della scuola dell’infanzia (3/5 anni) che farli dormire il pomeriggio comporta poi una difficoltà nei normali ritmi sonno- veglia. Tale osservazione è vera se il riposo pomeridiano si prolunga per due o tre ore. Ma se si mantiene una media che può variare, assecondando le diverse modalità individuali, dai 30 minuti ad un’ora/un’ora e un quarto, questo è solamente un vantaggio per i bambini.

Se si considera che sia per gli adulti che per i più piccoli normalmente c’è un calo fisiologico della soglia dell’attenzione concentrato tra le h.13,30/14 e fino alle h.16,00 circa, ben si può comprendere come un sonnellino possa essere una risposta ai normali ritmi dell’organismo.

Un bambino di tre anni che frequenta la scuola dell’infanzia trascorre la mattina tra varie attività, giochi, ed insegnamenti a contatto con coetanei ed adulti. Per tale motivo il riposo per questa fascia di età è fondamentale, perché non solo permette di recuperare le energie spese, ma favorisce l’apprendimento e lo sviluppo cognitivo, e cosa di non secondaria importanza, durante il riposo il piccolo rielabora le informazioni ricevute nell’arco della mattina e le emozioni vissute .
Come dicevo, non esiste una regola universale sulla durata del riposo pomeridiano: normalmente i piccoli sanno ben autoregolarsi e si svegliano da soli, comunque se il bambino tende a dormire a lungo ed in questo modo potrebbe ritardare poi l’ora della ninna della sera, si può svegliarlo dolcemente dopo un tempo ritenuto idoneo alla sua ripresa di energie.

Dicevo degli effetti benefici del riposo pomeridiano, ma c’è anche da considerare che far “saltare” il sonnellino, nella speranza che la sera il bambino vada a letto presto, crea nel piccolo un effetto opposto a quello desiderato. Infatti il bambino affronterà le ore serali nervoso ed eccitato, rendendo così ancora più difficile il momento e il conseguente abbandono al sonno.
Inoltre la mia esperienza mi spinge a ritenere che il riposo pomeridiano sia un bisogno fisiologico al quale i bambini si abbandonano ben volentieri, anche se i “più grandi” spesso sono più riluttanti, ma una volta invitati a distendersi “solo per riposare un pochino, senza dormire” crollano dopo pochi minuti.
Ricordiamoci, inoltre, che affinchè un bimbo, sia neonato che più grande, affronti bene il momento del sonno, si deve spesso ricorrere a piccoli stratagemmi che normalmente portano a risultati positivi.
Per prima cosa è importante creare dei rituali che vadano dall’abituare il piccolo a dormire sempre nello stesso luogo sia di notte che di giorno e, poi possono essere utili secondo l’età, sia
una ninna-nanna che una filastrocca, la compagnia di un peluche o il racconto di una storia.
Questi semplici supporti normalmente aiutano il bambino a rilassarsi e quindi ad addormentarsi più facilmente.
Ricordiamoci dunque come ha detto Daniele Novara, pedagogista direttore del Centro psicopedagogico per l’educazione, che privare il sonnellino ai bambini della scuola dell’infanzia, equivale a togliere loro il cibo.

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Winnicott https://www.asilonidopeterpan2.com/winnicott/ Tue, 20 Apr 2021 15:35:07 +0000 https://www.asilonidopeterpan2.com/?p=220914 Come aiutare i nostri figli nel processo di individualità   Le relazioni che il bambino instaura nei primi anni di vita, e che influenzano  le caratteristiche comportamentali sia a livello emotivo che cognitivo  delle età successive, è stata studiata da numerosi psicologi, a partire dalle teorie di Freud e della Klein, dalle quali sono derivati […]

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Come aiutare i nostri figli nel processo di individualità

 

Le relazioni che il bambino instaura nei primi anni di vita, e che influenzano  le caratteristiche comportamentali sia a livello emotivo che cognitivo  delle età successive, è stata studiata da numerosi psicologi, a partire dalle teorie di Freud e della Klein, dalle quali sono derivati numerosi  altri studi sullo sviluppo del bambino.

Winnicott, ad esempio, ha proposto sulla base non solo delle precedenti teorie, ma anche dalle sue osservazioni cliniche come pediatra e psicologo, una nuova chiave di lettura in contrasto con alcuni tradizionali concetti dello sviluppo infantile, o Bowlby che attraverso la sua teoria dell’attaccamento elaborata in decenni di pratica con i bambini, con le loro preziose e sempre attuali opere, sono fondamentali per comprendere l’importanza delle figure genitoriali e della madre in particolare, evidenziando i pericoli che incombono sullo sviluppo della psiche del bambino in caso di inadeguatezza o perdita  di tali figure.

Al momento della nascita il bambino ha in sé una serie di potenzialità, predisposizioni, caratteristiche attraverso le quali con il progredire delle esperienze, svilupperà il proprio mondo interno differenziandolo da quello esterno, in modo tale da potersi creare la propria personalità, il proprio carattere e la capacità di relazionarsi con gli altri.

La principale alleata del bambino, affinché possa avvenire tutto questo, è la madre che contribuisce allo sviluppo del potenziale innato, accompagnandolo verso l’individualità e l’autonomia, che gli fornisce protezione e tutela e da cui partire per scoprire il mondo esterno, ma dove sa con sicurezza di poter ritornare ogni volta che  ne avrà bisogno. Una “base sicura” cioè una figura disponibile, pronta a dare assistenza, ad incoraggiare, ad intervenire in caso di necessità.

Lo sviluppo dell’individuo si attua attraverso l’accumularsi ed il ripetersi delle esperienze: dormire, mangiare, avere una persona vicino che sappia comprendere le sue necessità, che riconosca i suoi disagi, quindi nelle prime fasi della vita il ruolo dell’ambiente è fondamentale perché può facilitare o ostacolare questo processo di crescita.

Normalmente è principalmente la figura materna  quella di riferimento per il bambino perché è quella che più delle altre lo accudisce e risponde ai suoi bisogni, anche se al giorno d’oggi la figura paterna è maggiormente coinvolta nell’accudimento del bambino, mostrando adeguatezza e partecipazione allo sviluppo dello stesso, più le risposte di queste  figure di riferimento sono corrispondenti alle esigenze del bambino più si creano le condizioni adatte per una sana costruzione del suo “Io”.

Al momento della nascita fino a circa i primi 2 mesi di vita, il bambino è completamente dipendente dalle cure che gli vengono fornite, per tale motivo si parla di una “fase di dipendenza assoluta” dove madre e bambino si appartengono e formano un’unità.

Se si osserva la figura materna già durante la gravidanza e nelle prime settimane dopo la nascita del bambino, si può constatare come questa sia tutta dedicata alla cura del bambino, quasi ritirata dal resto del mondo, occupandosi quasi esclusivamente del figlio, questo le serve per adattarsi gradualmente alle esigenze ed ai bisogni del bambino. Tale rapporto esclusivo e di identificazione  garantisce al figlio di avere intorno a sé un ambiente in grado di proteggerlo e di soddisfare i suoi bisogni.

In questi primi periodi di vita questa capacità della mamma non solo di soddisfare i suoi bisogni fisici, ma anche di essere “ contenitore” delle angosce del bambino,  permette a quest’ultimo di sperimentare un’onnipotenza soggettiva, cioè egli ha la sensazione che siano i suoi desideri a dare origine alle risposte.

Se dalla nascita ai primi due mesi per il neonato la discriminazione tra una persona o l’altra è limitata, dopo i 2 mesi e fino ai 7 mesi, il piccolo mostra reazioni differenti nei confronti dell’una o dell’altra figura, ad esempio sorriderà di più o cesserà di piangere di fronte all’apparire delle figure genitoriali.

Successivamente fino a circa i 2 anni di età il bambino comincia a provare diffidenza e timore verso persone non familiari, caratteristica che viene definita “paura dell’estraneo”

Se fino al giungere di tale momento il bambino avrà fatto esperienze di “attaccamento sicuro” cioè avrà la certezza che per lui c’è una persona sempre disponibile a cui ritornare, si sarà creata una condizione fondamentale per un suo sano  sviluppo, infatti, egli sentendosi accolto e sostenuto, non solo a livello fisico ma anche psichico sarà  pronto ed incoraggiato nelle prime espressione della propria personalità.

Quindi una madre che è capace di sintonizzarsi con i bisogni del figlio, di essere disponibile quando il piccolo ha bisogno, alla quale ritornare per richiedere aiuto e supporto, creerà le premesse per un  suo sano sviluppo, al contrario se i bisogni del neonato vengono ignorati dalla madre, anzi le proprie necessità sono prioritarie a quelle del piccolo,  questo non potrà fare altro che cercare di adattarsi, ma ciò avrà una profonda influenza sul suo  sviluppo, infatti interrompendolo nel suo processo di onnipotenza, gli si creano delle difficoltà nella costruzione del cammino verso l’integrazione di sé. Tanto che, se le figure di riferimento del bambino sono state deficitarie, se non hanno saputo rispondere ai suoi bisogni, se è mancata quella sintonia a lui necessaria, è possibile rintracciare anche nell’adulto delle manifestazioni di angosce infantili come sentirsi abbandonati o senso di perdita.

Questo periodo di totale dipendenza gradualmente viene ad allentarsi ed il bambino comincia ad avere la capacità di segnalare i propri bisogni in maniera che la madre li possa soddisfare.

In questo periodo di “dipendenza relativa” come viene definita da Winnicott, il bambino comincia gradualmente a prendere coscienza di una sua personalità separata dalla figura materna, acquisisce un suo schema corporeo, inizia a giocare attribuendo agli oggetti un significato, ma questo è anche il momento dell’instaurarsi dell’ansia, della paura.

E’ in questa fase di sviluppo che il compito della madre deve cambiare, ora deve progressivamente  cessare di anticipare i bisogni del figlio in modo tale da aiutarlo a crescere e ad evolversi verso l’autonomia.

Se al contrario la mamma non è pronta ed è incapace di lasciare al figlio lo spazio fisico e mentale che gli permette di arrivare all’indipendenza continuando ad anticipare  i suoi bisogni ed i suoi desideri, mantenendo una relazione fusionale, potrebbe  suscitare nel figlio  due diverse reazioni : una regressione allo stato precedente dello sviluppo psicomotorio, oppure il rifiuto della figura materna che viene percepita come un ostacolo alla propria indipendenza.

Il bambino ha bisogno in questo periodo di entrare in contatto con altre persone, è infatti attraverso la relazione con altre figure significative che trae le informazioni sulla propria persona, sul suo valore.

Gli oggetti ora rappresentano le prime attività esplorative del bambino ed è attraverso di essi che può imparare a scegliere, a manipolare facendo  esperienze sempre più complesse  che sono fondamentali per la costruzione di un proprio sé.

La fiducia nell’ambiente, nascerà solamente dalle esperienze che il bambino avrà fatto nei primi mesi di vita, e solamente se avrà ricevuto un adeguato accudimento e successivamente avrà potuto sperimentare un graduale processo di separazione dalla figura materna.

I genitori dovranno essere in grado di comprendere che non può essere mantenuto un rapporto esclusivo con il bambino perché questo ostacolerebbe la sua crescita, il loro ruolo dovrà ora modificarsi e diventare un ruolo di “guida”.

I momenti di esplorazione e di conseguenza di allontanamento dalle figure di riferimento permettono al bambino di fare conoscenza con la realtà, di strutturare nuovi legami e l’apprendimento di nuove nozioni.

Mentre un legame non sicuro con le figure di riferimento sarà alla base nell’età adulta per esempio di complicazioni o incomprensioni con i colleghi, con il coniuge o con gli amici, o di disturbi di personalità o sintomi nevrotici, una relazione di attaccamento sicuro, permetterà al bambino di interiorizzare una serie di funzioni fondamentali per il suo sviluppo, infatti sarà pronto  e sicuro nell’esplorazione dell’ambiente, in modo da imparare a conoscere la realtà ed a muoversi nel mondo.

Quindi un buon legame di attaccamento è un fattore protettivo rispetto all’eventualità di sofferenze psicologiche.

Numerosi studi longitudinali hanno dimostrato come questi  schemi di attaccamento  tendono a mantenersi costanti nel tempo costituendo una parte importante del nostro modo di essere, pertanto è la relazione con le persone significative che vivono intorno al bambino nei primi anni di vita che influenzeranno il comportamento e lo sviluppo della personalità di quest’ultimo.

Durante il processo d’ indipendenza il bambino può trovare alcune situazione che rischiano di interferire con il processo stesso, messe in atto dai genitori ad esempio:

  • la mancanza di gradualità, cioè richieste esagerate da parte del genitore come un improvviso svezzamento o allontanamento dalle figure di riferimento.
  • L’incapacità di allontanarsi dalle modalità adottate fino a quel momento,ad es. continuano ad anticipare i suoi bisogni, a tenerlo sempre in braccio, ad essere iperprotettivi..
  • La difficoltà di comprendere i bisogni dei bambini, ad esempio la capacità di accettare i “no” del figlio e di reagire con punizioni .

Bowlby, Winnicott con i loro studi,ci hanno indicato che i nostri figli  non cercano  dei genitori perfetti, ma “sufficientemente buoni”, cioè persone vere, autentiche, che possono anche mostrare ansie, preoccupazioni, stanchezza, errori, ma mantenere sempre la capacità di offrire sicurezza ed amore sapendo rispondere in modo adeguato ai bisogno del figlio, facilitandolo nel suo processo di sviluppo.

Quindi  una madre o genitori che possono commettere “errori” ma sicuri di aver agito con amore.

Questa è la grande innovazione che questi studi hanno portato influenzando il successivo pensiero sulla genitorialità, dove non c’è la ricerca di perfezione, ma quello di imparare a migliorarci quando e se possibile.

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