La comunicazione è la capacità di trasmettere, attraverso vari canali, delle informazioni cioè è la modalità per mezzo della quale condividiamo con gli altri e per poter far ciò abbiamo bisogno di :
– Un ambiente, anche se in questo periodo è sempre più diffuso l’uso del mondo virtuale.
– Un contenuto, ossia cosa vogliamo comunicare
– Un destinatario, a chi vogliamo comunicare.
In rapporto a colui al quale vogliamo trasmettere le nostre informazioni, facciamo uso di vari codici linguistici, infatti non esiste un solo modo di comunicare ma possiamo farlo in maniera:
-non verbale attraverso il corpo, la postura, la gestualità… o anche il silenzio che è un altro modo di comunicare,
-paraverbale attraverso il volume, il tono, il ritmo…
– intrapersonale, quando ci rivolgiamo a noi stessi facendo riferimento ai sentimenti, ai pensieri, alle emozioni,
-interpersonale che consiste nel trasmettere i nostri pensieri all’altro.
Pertanto l’efficacia di un messaggio non dipende solamente dal significato letterale di ciò che diciamo, ma anche da come questo messaggio viene percepito dall’altro essendo molto influenzato da fattori non verbali.
Una valida comunicazione verbale dipende, inoltre anche da quanto il mittente del messaggio si faccia accettare dal suo interlocutore e da quanto quest’ultimo abbia udito e capito.
Lo sviluppo della comunicazione avviene per gradi e sicuramente il primo scambio comunicativo avviene attraverso lo sguardo.
Per il neonato che incontra per la prima volta lo sguardo dei genitori, vuol dire aver trovato un porto sicuro dove rifugiarsi. Le ricerche mostrano, infatti, come il neonato cerchi attivamente l’interazione attraverso i volti, preferendo quelli con i quali cercando in qualche modo di mettersi in contatto riesce ad avere uno scambio comunicativo.
E’ importante ricordare che fin dai primissimi momenti dalla nascita il piccolo sente parlare e cantare e seppure non comprende il significato delle parole percepisce che queste comunicazioni lo aiutano a calmarsi.
Quindi la comunicazione nei primi tempi della nascita si basa sugli sguardi, sul contatto fisico, sul sorriso e sul pianto.
E’ proprio il pianto la modalità con cui il bambino comunica di essere in difficoltà ed esprime il suo desiderio e bisogno di aiuto.
Quando un bimbo piange e l’adulto cerca di rispondere in modo consono e regolare, il piccolo fa esperienza che non solo i suoi bisogni possono essere ascoltati, ma anche che lui stesso può fare qualcosa affinché le sue necessità vengano soddisfatte.
Quindi attraverso il pianto il bambino cerca di provocare una risposta, prendendo poco alla volta la consapevolezza che il suo pianto non solo influenza il comportamento degli adulti ma anche suscita delle risposte.
Con il passare dei mesi la comunicazione si amplia, iniziano i vocalizzi, la lallazione , le prime parole ed infine le frasi.
Tutto ciò permette al bambino di interagire sempre di più con il mondo circostante, di cominciare a comprendere le prime parole, ad emette i primi suoni, felice di riuscire a provocare delle risposte agli stimoli esterni.
Il passaggio fondamentale per la crescita sia dal punto di vista cognitivo che emotivo è quando intorno al primo anno di vita il piccolo comincia a pronunciare le prime parole .
Bisogna tener presente che prima ancora di riuscire ad esprimere realmente se stesso attraverso le parole,il bambino nei primi anni di vita, lo fa attraverso il gioco, ed è attraverso questo che l’adulto attento potrà capire e ricevere importanti informazioni sulla realtà vissuta dal piccolo.
E’ il gioco che permette al bambino di sperimentare, creare, inventare ed esprimere la propria spontaneità, il proprio modo di essere, soprattutto il proprio mondo interiore.
E’ per mezzo di tale modo di comunicazione che pertanto l’adulto dovrebbe comprendere l’impegno e l’importanza che ogni gesto e tipo di gioco riveste per il bambino.
Il gioco ed il disegno sono le più alte tipologie di comunicazione non verbale infantile, che permettono di scoprire e comprendere eventuali disagi del bambino.
La comunicazione non verbale riveste , infatti, grandissima importanza nel mondo dell’infanzia: sguardi, gesti, disegni e gioco sono strumenti fondamentali per mettere in evidenza eventuali stati d’animo negativi che spesso il bambino non riesce ad esprimere con le parole oppure che ha paura di esprimere apertamente.
Pertanto tutti questi canali non verbali della comunicazione sono fondamentali per capire ciò che il bambino vuole trasmetterci.
Per lo psicologo Gordon una comunicazione diventa efficace quando esiste un’interazione di fattori: relazionali, affettivi, cognitivi, culturali e sociali. Alla base dell’ascolto attivo, infatti ci deve essere l’empatia e l’accettazione che per chi opera nel mondo dell’infanzia, significa prestare attenzione a quello che dicono i bambini, comprendere ciò che ci vogliono dire, riflettere su quanto dicono senza sminuirlo o giudicarlo, ricordando sempre che l’indifferenza è la peggiore nemica della comunicazione.
In ambito scolastico avere a che fare ogni giorno con tanti bambini significa per l’educatrice confrontarsi con personalità e bisogni diversi, per questo motivo l’insegnante non può utilizzare un unico metodo comunicativo.
Il rapporto insegnante-alunno deve essere reciproco e soprattutto fondato sulla fiducia perché spesso quando in alcune famiglie si vivono situazioni difficili , i bambini cercano nella figura dell’educatrice una persona di fiducia alla quale riferire il proprio disagio.
E’ bene quindi in classe creare un clima sereno e collaborativo dando a tutti la possibilità di confrontarsi senza essere giudicati.
Compito dei genitori e degli educatori è quello di saper insegnare ai bambini a comunicare efficacemente per risolvere in maniera corretta le difficoltà che la persona incontrerà nella vita, senza dover ricorrere alla violenza verbale o fisica.
Quello da usare con i bambini è un “ascolto attivo” cioè riflettere su ciò che il bambino ci vuole dire, senza accavallare la nostra voce a quella del piccolo o fare espressioni di dissenso, ma ascoltare e comprendere solo in questo modo il bambino si sentirà libero di esprimersi.
Quello che dobbiamo fare, invece, è fare cenni verbali o non verbali di attenzione per ciò che ci viene detto.
L’attenzione non verbale può corrispondere al costante contatto visivo, all’annuire, al sorridere, al chinarsi verso…verbalmente possiamo intercalare il discorso dei bambini con: capisco, ti ascolto, oh..
Espressioni facilitanti alla comunicazione con il bambino potrebbero
essere:” e’ interessante, vuoi dirmi qualcosa di più? Vogliamo parlarne? “
Soprattutto il bambino deve sentirsi oggetto di attenzione, accoglienza e comprensione per poter avere dall’adulto un aiuto alla soluzione delle sue necessità.
Avere empatia con il piccolo è fondamentale, comprendere il suo malessere, ascoltarlo e soprattutto mettersi nei suoi panni per comprendere il suo malessere è essenziale.
Inoltre osservare come si muove, come interagisce con l’ambiente, cosa fa è fondamentale per imparare a comprendere i messaggi che ci sta inviando ossia ,per comprendere la sua realtà.
Nei loro comportamenti possiamo vedere, infatti, le loro emozioni, le loro paure, i loro desideri.
Saperli osservare significa comprendere come si sviluppano i comportamenti dei bambini e quindi agire di conseguenza per aiutarli. Se non cerchiamo di mettere da parte le nostre percezioni della realtà, il nostro modo di valutare le situazioni, non comprenderemo mai veramente ciò che prova il bambino.
Se normalmente comunichiamo con il bambino attraverso frasi tipo: “tu non l’hai fatto,” “tu sei così”, tu dovresti comportarti diversamente”,….il bambino non si sente accolto ma disconfermato!!
Invece di dire continuamente “Tu” e quindi puntare il dito sulle sue mancanze, usiamo: ”IO” che consente una comunicazione adulto-bambino basata non sulla valutazione o giudizio del suo operato, ma pone il bambino di fronte agli effetti che il suo atto procura agli altri:” quando fai così mi fai arrabbiare”
Comunicare e saper ascoltare attivamente non è facile specialmente in una realtà di vita molto caotica come l’odierna. Ascolto attivo non vuol dire mettersi al servizio dei propri figli, ma predisporsi alla comunicazione e se quello non è il momento è meglio chiedergli di aspettare perché in quel momento non potreste dargli la giusta attenzione.
Quando possiamo veramente ascoltarli, inginocchiamoci alla sua altezza, osserviamo i suoi comportamenti, facciamogli domande, poi riassumiamo quello che ha detto per fargli capire che abbiamo compreso quello che voleva comunicarci. Se ad es. dice che si è fatto male dobbiamo non solo dirgli che ci dispiace ma che comprendiamo che possa anche essersi messo paura.
Riassumendo possiamo dire che per avere una buona comunicazione è fondamentale:
– un atteggiamento di ascolto e di interesse da parte dell’adulto su ciò che il bambino ha da dire ed un comportamento tale da favorire nel bambino apertura e fiducia
-che anche il bambino sia in ascolto , cioè non sia in un momento in cui è intento nel gioco od altro, altrimenti ci troveremo nella situazione frustante di dover ripetere la stessa cosa varie volte.
-ciò che comunichiamo al bambino deve essere espresso in maniera semplice e chiara ed il vocabolario che adoperiamo deve essere adeguato all’età del piccolo
-ciò che comunichiamo deve essere coerente e sincero
-il volume di voce e la postura adeguate a ciò che diciamo, tenendo sempre presente che i piccoli imparano ed interiorizzano anche attraverso il nostro esempio.
-verbalizzare i propri sentimenti. Questo atteggiamento non procura risultati immediati ,ma a lungo termine risulta uno dei fattori più importanti nella costruzione di una buona relazione. Riuscire a comunicare ad un bambino i nostri stati emotivi è un atteggiamento che può portare grandi benefici: imparare a discriminare la rabbia, la paura, la tristezza è un passaggio fondamentale, ma è altrettanto importante capire che tutto ciò può essere comunicato senza sentirci in imbarazzo o rifiutati.
Rendere, inoltre, esplicito ciò che proviamo, ciò di cui abbiamo bisogno aiuta i bambini a comprendere gli altri.
Quello che invece noi adulti nel comunicare con i bambini dobbiamo assolutamente evitare sono:
-Minacce e ricatti, strumenti emotivamente destabilizzanti per i bambini.
Considerando che per i bambini “è tutto vero” anche una minaccia verrà presa sul serio mentre il ricatto lo farà sentire in una situazione senza via di scampo.
-Discordanza tra verbale e non verbale. Se ad es. un bambino ci mostra orgogliosamente un suo operato e noi distrattamente rispondiamo “che bello” ma in tono annoiato e distratto al bambino giungerà la nostra noia ed il nostro disinteresse, mentre sarebbe meglio dire: “ in questo momento sono impegnato, e non posso vedere attentamente ciò che hai fatto. Puoi aspettare un momento e poi lo guardiamo insieme?”
-Sarcasmo ed ironia, queste sono due modalità che spesso adottiamo noi adulti ma non sono comunicazioni efficaci ed utili con i bambini di età inferiore ai 7 anni perché ancora non riescono a comprenderle cognitivamente.
-squalificare: alcune volte noi adulti per cercare di sdrammatizzare una situazione ad es. una caduta di un bambino diciamo:” non ti sei fatto nulla, non piangere”, in questo modo il piccolo si sente squalificato in ciò che sta provando.
-Divieti: nel bambino almeno fino ai 3 anni dire :”Non correre! Oppure “non urlare” fa scattare nel bambino immediatamente il fare l’azione che gli diciamo di non fare e questo non sempre o solo per sfidare l’autorità genitoriale, ma perché a questa età il cervello funziona per rappresentazioni, pertanto gli rimane in mente l’azione, il correre o l’urlare. Sarebbe meglio dire:” rallenta”, oppure “puoi abbassare la voce”?
-Giudizi sulla persona. Invece di dare giudizi indirizzati al bambino (sei maleducato, sei pasticcione…) rivolgiamo la critica alle azioni:” che bel pasticcio c’è qui! La prossima volta fai più attenzione, ora vieni che sistemiamo!” in questo modo diciamo che le sue azioni non ci piacciono, non lui.
-Interruzioni Limitiamo le interruzioni di comunicazione.
Lavorare sul proprio modo di comunicare con i figli, in famiglia ,al lavoro può realmente fare la differenza per le relazioni significative della nostra vita.
Parlare in maniera rispettosa, empatica ed accogliente soprattutto ai bambini è un atteggiamento che regala veri momenti di sintonia affettiva con i piccoli i quali ci chiedono costantemente di essere compresi .