La nostra vita, è governata dalle emozioni che influenzano non solo quello che facciamo, ma anche il modo in cui affrontiamo gli avvenimenti.
Tutti noi proviamo delle emozioni, poichè esse sono le risposte che favoriscono l’adattamento dell’organismo all’ambiente, quindi, sono dei meccanismi che permettono all’individuo di affrontare meglio l’ambiente che ci circonda e, possono essere diverse per intensità e tipologia.
Non si può parlare delle emozioni senza citare Ekman il quale ha  dimostrato attraverso le osservazioni e gli  studi, effettuati soprattutto in Nuova Guinea, che esse non dipendono dalla cultura di appartenenza ma sono riscontrabili in qualsiasi popolazione.
Le emozioni di base sono:

  • la rabbia, che scaturisce in seguito ad una frustrazione;
  • la paura, che si prova davanti ad un pericolo reale;
  • la tristezza, che si prova a seguito di una perdita;
  • la gioia, emozione legata alla soddisfazione di un desiderio;
  • la sorpresa, che nasce dopo un evento inaspettato e può essere seguito da gioia o paura
  • disgusto, che è una risposta repulsiva

Tali emozioni primarie, sono caratterizzate dal fatto che: compaiono precocemente e sono presenti in tutte le fasi evolutive dell’individuo compresi altri primati, sono di breve durata, nascono rapidamente e  sono universali, spontanee e innate. A sostegno di tale tesi, ci sono studi che attestano come ad es. in bambini appena nati e quindi senza possibilità di avere avuto apprendimento, alcune espressioni facciali siano identiche ed universali.
Sono, infatti, universali perché appartengono a tutta la specie umana indipendentemente dalla cultura di appartenenza; innate perché ogni bambino di qualsiasi etnia, ha la stessa espressione di base e non si acquisiscono in seguito ad apprendimento ed, infine, sono spontanee in quanto si presentano automaticamente.
Tutte queste caratteristiche insieme alla postura, alla voce, ai gesti fanno parte della nostra comunicazione non verbale e sono i canali previlegiati attraverso i quali l’uomo riesce ad attirare l’attenzione e l’interesse degli altri.
Imparare a riconoscere  le emozioni di chi ci è di fronte, facilita inoltre, la comunicazione e quindi il rapporto con l’altro soprattutto in fase iniziale in quanto, al di là di quello che si dice, è attraverso soprattutto la prossemica, cioè lo studio dei gesti, del comportamento, delle distanze all’interno di una comunicazione, delle espressioni, che riusciamo ad entrare in sintonia con l’altro.
Tali positività delle emozioni, che possono arrivare anche a salvarci, in quanto ci permettono di reagire tempestivamente in particolare circostanze, però possono anche al contrario diventare disfunzionali ed ostacolarci .

Tali disfunzionalità nascono ad es. nel caso in cui l’emozione che si prova è certamente consona alla situazione ma, è errata la sua l’intensità , oppure è errato il modo in cui la manifestiamo (es. giusto essere arrabbiati, ma non entrare in un mutismo assoluto),ancora l’emozione che proviamo non è consona alla situazione.  Questo comporta che quando siamo travolti da un’emozione non appropriata, tendiamo ad interpretare gli avvenimenti in modo da farli coincidere con il nostro stato d’animo scartando tutto ciò che potrebbe non coincidere con quello che stiamo provando.
Spesso agli psicoterapeuti, si rivolgono persone che chiedono aiuto per non essere travolti dalle loro emozioni, ma esse non vanno spente, ma  solamente bisogna  imparare a  conoscerle e gestirle.
Le emozioni, infatti, hanno dei ruoli ben precisi e di vantaggio, ad esempio: la paura ci protegge, il disgusto ci evita di assumere alimenti tossici, la tristezza ci porta a chiedere sostegno e vicinanza agli altri, la rabbia a combattere per un mondo più giusto.
Senza emozioni, la nostra vita sarebbe “piatta” esse sono il fulcro della vita stessa.
L’umore di una persona invece, è lo stato lieve ma continuativo di una emozione. Infatti mentre le emozioni possono nascere e spegnersi nell’arco di qualche secondo o minuto, l’umore può durare anche per diversi giorni.
L’umore irritabile, ad esempio, è diverso dall’essere arrabbiati, in quanto è come se fossimo sempre “seccati” e pronti per un nonnulla a scatti di ira, oppure l’umore apprensivo  che coinvolge la paura, ci fa vivere in perenne stato di ansia ed allerta.
Pertanto è il nostro umore che attiva determinate emozioni, così come l’ umore irritabile, ci porterà ad arrabbiarci per qualsiasi imprevisto anche minimo.
Quindi, le emozioni come ho già detto, hanno una breve durata, l’umore ,invece, dura ore o giorni, mentre i disturbi emotivi, che sono caratterizzati da un’emozione che investe tutti i settori della vita, impediscono alla persona che ne è afflitta, non solamente a non riuscire a sottrarsene, ma neanche a poterla controllare. Tale forma di disturbo può durare qualche giorno o settimana fino ad arrivare ad anni.
La tristezza che è l’emozione legata alla perdita,  può andare dallo smarrimento di un oggetto, alla perdita di un’ opportunità o della autonomia, dall’abbandono della persona amata, alla morte di una persona cara.
Normalmente in questi casi la reazione è di tristezza, se l’affrontiamo con rassegnazione cioè in modo passivo, oppure con tormento e quindi con ribellione se l’affrontiamo in modo attivo.
La rabbia, che proviamo in questo caso, ci serve proprio per difenderci da emozioni dolorose come lo è appunto la tristezza, così ad es. una persona abbandonata dall’innamorato/a può provare una rabbia così forte, da riuscire a sovrastare la tristezza della perdita.
Ad ogni emozione corrisponde una espressione del viso,  che nel caso della tristezza ad es. sembra inviare un appello di aiuto e di sconforto tale da generare in chi gli è vicino a sua volta un’emozione, che può essere di empatia e condivisione oppure al contrario di rabbia, in quanto si percepisce la persona triste, come colei che si lamenta sempre, incapace di badare a se stessa.
Anche il  pianto una volta prerogativa dei bambini e delle donne, è un espressione di tristezza, e recenti studi hanno messo in evidenza  che è presente anche in altri primati in particolari situazioni di sofferenza.
L’intensità della tristezza è modificabile, si passa dalla delusione, quando le nostre aspettative  non vengono soddisfatte, allo sconforto  quando ci rendiamo conto che non abbiamo modo per affrontare una situazione, dalla rassegnazione all’impotenza, dalla disperazione all’angoscia quando all’intensa tristezza si accompagna anche un’ agitazione psicomotoria, mentre il disturbo emotivo correlato alla tristezza è la depressione.
Per quanto riguarda la rabbia l’umore corrispondente è l’irritabilità, e il disturbo emotivo ad esso collegato  può interferire con la vita sociale della persona  perché arriva anche alla violenza non solo verbale, ma anche fisica.
Riuscire a dominare la rabbia non è facile, anche perché l’emozione cambia di intensità da persona a persona, c’è chi passa dalla rabbia all’irritazione, mentre altre sono più inclini ad infuriarsi.
Alcune volte siamo così arrabbiati che passiamo immediatamente all’attacco trovandoci poi spesso in situazioni incresciose per aver detto o fatto cose che non avremmo mai voluto fare o dire.
Soprattutto all’interno di una “coppia” la gestione della rabbia è estremamente importante perché questa emozione porta ad innalzare un muro tra la stessa, impedendo un comportamento più idoneo come quello di parlare della situazione, magari  in un secondo momento.
Nonostante gli aspetti negativi, dobbiamo anche valutare che la rabbia in alcuni momenti può servire a diminuire la paura e darci la forza per affrontare la minaccia.
In conclusione  la rabbia andrebbe affrontata, facendo attenzione a scegliere il momento opportuno per farlo evitando di affrontare la questione quando uno dei due o peggio tutte e due le persone sono molto arrabbiati.
Nell’affrontare la paura,  emozione che si accompagna alla percezione di un pericolo si mettono in atto una serie di comportamenti che abbiamo imparato durante la nostra vita.
Anche l’intesità della paura può variare passando dall’apprensione che possa verificarsi un pericolo, al nervosismo se siamo incerti sul da farsi, all’ansia se pensiamo di non essere all’altezza di risolvere la situazione, al timore che deriva dall’anticipazione di un grave pericolo, fino al terrore che rappresenta la massima intensità della paura.
Due sono le reazioni alla paura che si sono rivelate più utili con il progredire dell’evoluzione: fuggire o combattere. Cioè l’evoluzione ci ha preparato a fare ciò che è stato più utile alla preservazione della nostra specie.
Quando si prova paura, e molto difficile pensare ad altro perché la nostra mente rimane concentrata sulla minaccia. Anche in questo caso la paura può sembrare un’emozione negativa, tuttavia nessuna emozione può essere considerata tale poiché ciascuna ha un suo ruolo, l’ unica cosa da non perdere di vista, è che non superino una certa soglia di intensità diventando  in tal caso disfunzionali o patologiche.
Ci si è posta la domanda se si possono controllare le espressioni che rappresentano le nostre emozioni, ossia possiamo modulare la nostra mimica o simulare un’altra emozione o inibirla?
La risposta è che fin da bambini ci insegnano  che ci sono delle “norme” culturali o professionali che ci “costringono” a gestire l’aspetto del nostro viso in pubblico. Sono regole che derivano dalla cultura di appartenenza, oppure da tradizione di famiglia, comunque sia personali, sia culturali, sono regole che si apprendono fin da piccoli, per cui il controllo diventa automatico .
Comunque non è facile controllare le espressioni relative alle emozioni, infatti è molto più facile mentire con le parole che con il viso.
La menzogna è la scelta deliberata e non dichiarata di trarre in inganno qualcuno.
Si dicono bugie ai genitori, ai figli, agli amici, …e possono essere manifestate  attraverso la dissimulazione, cioè nascondere cose vere, oppure attraverso la falsificazione cioè presentare come vere false informazioni.
Si può mentire in diverse modi: sviando i sospetti, presentando le cose in maniera da dare un significato diverso da quello reale, dicendo una mezza verità che modifica il significato della verità…e numerose sono le motivazioni per cui una persona  può mentire.
Può farlo per apparire diverso da quello che si è, per difendersi, per ingannare, per mantenere un proprio ruolo o potere…
Diversa è  invece la bugia dei bambini i quali intorno ai 4 anni sanno bene che non si deve ingannare a prescindere che la bugia sia detta intenzionalmente o meno,  verso gli 8 anni i bambini non considerano più un bugiardo chi involontariamente da false informazioni, ma  dopo i 10/11 anni i ragazzi pensano che sia giusto mentire o no secondo la situazione.
Certamente, i figli continueranno a dire bugie ai genitori ed essi  potranno solamente attraverso il dialogo con i propri figli far loro comprendere quanto sia difficile vivere insieme se non ci si fida l’uno dell’altro, ma soprattutto i figli devono avere sempre la consapevolezza che non hanno bisogno di mentire ai genitori , perché qualunque verità sarà compresa e non scatenerà la loro ira.